A proposito di Nietzsche e della morte di Dio

Articolo N. 183

Uno scienziato americano, lo psicologo e psichiatra Julian Jaynes, si è posto un curioso interrogativo, cioè si è chiesto che differenza possa intercorrere tra la nostra mente  e la mente dell’uomo arcaico, l’uomo di tre o quattro mila anni fa. Di conseguenza ha scritto un testo affascinante: ‘Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza‘. Egli era un esperto in sindromi schizofreniche, professore di psicologia alla Priceton University. La sua ricerca parte da una considerazione fondamentale: vi è una zona del cervello, nell’emisfero destro, completamente inattiva nelle persone sane, ma attiva nei malati di schizofrenia. Questa zona del cervello genera le “visioni” dei malati, allucinazioni visive o uditive, e se stimolata, le allucinazioni crescono di intensità.

Jaynes passa quindi ad un’analisi dei testi religiosi più antichi giunti fino a noi, in particolar modo dell’Iliade e della Bibbia. Scopre che in questi testi arcaici i protagonisti dialogano abitualmente con le divinità, come se fosse normale avere un contatto diretto con loro. Analizzando attentamente la Bibbia e simili risulta inoltre evidente come la capacità di discorrere con la divinità si perda mano a mano che i testi si fanno più recenti.
Si parte dalla Genesi in cui Adamo discorreva con Dio nelle sere, nella brezza, per passare a epoche in cui Dio comunicava solo più con i “profeti”, fino agli ultimi testi in cui gli uomini si disperano del fatto che Dio non faccia più sentire la sua voce.

L’ipotesi di Jaynes è la seguente: in epoche arcaiche quell’area dell’emisfero destro che genera le “allucinazioni” era attiva in tutti gli uomini, che interpretavano le voci che sentivano quali “la voce di Dio”. Col tempo l’umanità cominciò a perdere questa caratteristica, diventata appannaggio di pochi “privilegiati”, che la società seguiva quali “guide” sacerdotali. Questo passaggio è ben descritto nei testi arcaici. Infine, con la civiltà classica la sezione del cervello in questione divenne del tutto inattiva, ad eccezione dei malati di schizofrenia che però non furono più in grado di accettare e comprendere le “voci” che sentivano. Anzi, di più, quelle voci divenivano spesso fonte di gravissimi disagi e potevano spingere oltre che alla follia a commettere gravissimi reati.

Esiste comunque la possibilità che quel segmento dell’emisfero destro che noi non usiamo più fosse quello che i nostri antenati utilizzavano per comunicare con il mondo superiore, capacità di comunicazione la cui perdita ci raccontano tutti i miti di tutti i popoli.  Come se l’umanità attuale avesse un senso in meno rispetto ai suoi avi.

Ci furono filosofi, artisti, scrittori, musicisti e poeti che descrissero il loro modo di colloquiare con un’entità superiore che essi variamente chiamavano Dio, daimon o demone. Gli dei ispiravano, suggerivano, coordinavano la vita degli uomini. Intervenivano nelle principali questioni afferenti la vita umana. Dalle contese guerresche all’ispirazione artistica, passando attraverso le questioni più pratiche della vita umana, dalla coltivazione dei campi, all’arte di edificare, sino alla sfera sentimentale e familiare. Non c’era ambito in cui le potenze numinose non facessero sentire la propria voce che, in questo modo, assumevano una vera e propria funzione di equilibratori o anche, spesso purtroppo destabilizzatori sociali. Si pensi anche per esempio al daimon socratico o al demone di Paganini. Cosa succedeva nella mente di Nietzsche? Diamo a lui la parola.

“Un filosofo: un filosofo è un uomo che costantemente vive, vede, sente, intuisce, spera, sogna cose straordinarie; che viene colpito dai suoi propri pensieri come se venissero dall’esterno, da sopra e da sotto, come dalla sua specie di avvenimenti e di fulmini; che forse è lui stesso un temporale gravido di nuovi fulmini; un uomo fatale, intorno al quale sempre rimbomba e rumoreggia e si spalancano abissi e aleggia un’aria sinistra. Un filosofo: ahimè, un essere che spesso fugge da se stesso, ha paura di se stesso – ma che è troppo curioso per non ‘tornare a se stesso’ ogni volta”. (Così si esprimeva  Nietzsche in Al di là del bene e del male, § 292).

C’è un aforisma della Gaia scienza (1882) che è uno dei passi piú famosi della filosofia di Nietzsche che voglio prendere in considerazione dato che oramai siamo in tema. Lì Nietzsche sostiene che l’uomo ha ucciso Dio. “Dio è morto e noi l’abbiamo ucciso”. La civiltà occidentale ha ucciso Dio a poco a poco, e  ha perso ogni punto di riferimento. Dicendo che “Dio è morto!” Nietzsche vuol indicare che sono morti gli ideali ed i valori del mondo occidentale. Ma chi è questo dio che è morto? E’ il dio del mondo, il governante del mondo di cui parlava Gesù. Non si tratta del Vero Dio ma del suo sostituto-nemico, Satana. Questo emerge da un confronto dell’aforisma 125 con due passi fondamentali di Ezechiele e di 1Re. Riporto testualmente.

  125. L’uomo folle. – Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “Si è forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “0ppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di piú sacro e di piú possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatòri, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione piú grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtú di questa azione, ad una storia piú alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!”. A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto piú freddo? Non seguita a venire notte, sempre piú notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? “Vengo troppo presto – proseguí – non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è ancora sempre piú lontana da loro delle piú lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiuta!”. Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”

La descrizione della morte di Dio è ricamata sui seguenti  passi della Bibbia.

“Figlio dell’uomo, innalza un canto funebre riguardo a Faraone re d’Egitto, e gli devi dire: ‘Come un giovane leone fornito di criniera delle nazioni sei stato ridotto al silenzio.

“‘E sei stato simile al mostro marino nei mari, e uscivi nei tuoi fiumi e con i tuoi piedi infangavi le acque e intorbidavi i loro fiumi’.

Ti lancerò sulla superficie del campo. E su di te farò certamente risiedere tutte le creature volatili dei cieli, e di te sazierò certamente le bestie selvagge dell’intera terra. E certamente metterò la tua carne sui monti e col rifiuto (sangue corrotto) tuo riempirò le valli. E certamente farò bere al paese la tua materia purulenta, dal tuo sangue, sui monti; e [di ciò che proviene] da te si riempiranno gli stessi letti dei corsi d’acqua’.

“‘E quando ti sarai estinto, certamente coprirò [i] cieli e ne oscurerò le stelle. In quanto al sole, lo coprirò di nuvole, e [la] luna stessa non farà risplendere la sua luce. Tutte le fonti di luce nei cieli le ottenebrerò a motivo tuo, e certamente metterò sul tuo paese le tenebre’, è l’espressione del Sovrano Signore Geova. (Ezechiele 32:2-6)

Sono naturalmente passi in cui il profeta prefigura la morte del cherubino, cioè Satana. Si confronti Ezechiele 28:12-15 dove si tratta la morte di un personaggio che stava in Eden.

Viceversa riporto qui la scena in cui Elia si trova  ad affrontare una prova pubblica volta a dimostrare l’impotenza dei Baal.

“Ora ci diano due giovani tori, e si scelgano essi un giovane toro e lo taglino a pezzi e lo mettano sulla legna, ma non gli devono appiccare il fuoco. E io stesso preparerò l’altro giovane toro, e lo devo mettere sulla legna, ma non vi appiccherò il fuoco. E voi dovete invocare il nome del vostro dio, e io, da parte mia, invocherò il nome di Geova; e deve avvenire che il [vero] Dio che risponderà mediante il fuoco è il [vero] Dio”. A ciò tutto il popolo rispose e disse: “La cosa è buona”.

Elia disse ora ai profeti di Baal: “Sceglietevi un giovane toro e preparatelo per primi, perché siete la maggioranza; e invocate il nome del vostro dio, ma non vi dovete appiccare il fuoco”. Presero pertanto il giovane toro che egli diede loro. Quindi lo prepararono, e invocavano il nome di Baal dalla mattina fino a mezzogiorno, dicendo: “O Baal, rispondici!” Ma non c’era voce, e non c’era chi rispondesse. E zoppicavano intorno all’altare che avevano fatto. E avvenne verso mezzogiorno che Elia si prendeva gioco di loro e diceva: “Chiamate con quanto fiato avete, poiché egli è un dio; poiché dev’essere occupato in una faccenda, e ha escrementi e deve andare al gabinetto. O forse dorme e si deve svegliare!” E invocavano con quanto fiato avevano e si facevano incisioni secondo la loro abitudine con daghe e lance, finché si fecero scorrere il sangue addosso. E avvenne che appena fu passato mezzogiorno e continuavano a comportarsi da profeti fino a che ascende l’offerta di cereali, non ci fu voce, e non ci fu chi rispondesse e non ci fu chi prestasse attenzione. 1Re 18:23-29

E’ bene dire qualcosa anche sulla vita di Nietzsche, piombata nella pazzia: al di là delle tante vicende che l’hanno segnata, è significativo il fatto che essa si sia conclusa tragicamente, dopo una lunga depressione, in una follia che ha portato il filosofo alla morte, dopo il crollo emotivo avvenuto nella sua città prediletta, Torino. E c’è chi ha voluto scorgere in alcuni aspetti della filosofia di Nietzsche la prova che la sua mente fosse già malata, come conseguenza della sifilide contratta in passato. C’è anche chi sostiene che la follia fu causata dalla filosofia stessa elaborata dalla sua mente: e in effetti certi aspetti del suo pensiero tendono a sfuggire ad ogni logica umana, a schizzare via da ogni forma di comprensibilità; in certi punti la mente si smarrisce letteralmente e questo avvitamento estremo della filosofia lo avrebbe portato alla follia.

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