Il deinòn e il phainesthài dei Greci

Articolo N. 181

«La realtà si manifesta, per la mentalità arcaica, come forza, efficacia e durata. In questo modo, il reale per eccellenza è il sacro; poiché solo il sacro è assoluto, agisce efficacemente, crea e fa durare le cose». M. Eliade, Le mythe de l’eternel retour – Archétipes et rèpetition

Ci sono le cose. Sono le cose in cui mi imbatto e me stessa tra di esse. Il processo del vedere e del guardare non è meccanico, non è un semplice rispecchiare e riprodurre fotograficamente la realtà. Significa piuttosto che il manifestarsi delle cose e la comprensione di ciò che appare, il guardare verso l’esterno e il guardare verso l’interno, devono pervenire ad un’intesa.

La parola che per prima possiamo individuare nell’ambito della cultura greca al fine di descrivere nella sua radice più profonda l’essenza di ciò che provoca lo stupore primordiale e il pàthos è la parola deinòn. Prendo il dizionario, il mio vecchio dizionario di Greco, ormai tutto sfasciato, e cerco:  deinòn significa tutto ciò che desta terrore, spavento, timore, preoccupazione (di nume, prodigi, guerra, mari, belve…). Tutto ciò che è strano. Indica il timore riverente.

Tra i vari modi che possiamo rintracciare in Omero per indicare il vedere, è importante sottolinearne uno in particolare: theasthài cioè vedere spalancando la bocca. Nella freschezza di un linguaggio giovane troviamo una precisa descrizione dello stupore di fronte al deinòn di cui si è detto finora. E quale può essere la reazione dell’uomo di fronte all’apparire della realtà palpitante se non il rimanere a bocca aperta pervaso da un senso di fascino e divino terrore?  Mi viene in mente di Stephane Mallarmè: Le vierge, le vivace, le bel aujourd’hui…

Sempre, l’esperienza del fondersi nel paesaggio, avere il senso di essere parte del fenomeno naturale, sarà per me  una sensazione da ricercare. «Il giorno che mi fermai ai piedi di un campo di granturco e ascoltai il fruscio dei lunghi steli secchi mossi nell’aria, ricordai qualcosa che da tempo avevo dimenticato. Dietro il campo, una terra in salita, c’era il cielo vuoto. […] Quel giorno fu un campo; avrebbe potuto essere una roccia impendente sopra una strada, un albero isolato alla svolta di un colle, una vite sul ciglio di un balzo. Certi colloqui remoti si rapprendono e concretano nel tempo in figure naturali. Queste figure io non le scelgo: sanno esse sorgere, trovarsi sulla mia strada al momento giusto, quando meno ci penso» Feria d’agosto, Cesare Pavese.

Supponiamo che sia notte, in cielo la luna. Qualcuno osserva la campagna silenziosa.  Sopra di lui la vòlta immensa dello spazio. Da tutte le parti brillano le stelle. Che cosa «vede» allora? Può darsi che gli vengano in mente nozioni astronomiche. Può darsi, invece, che sia toccato il suo senso della storia. Può darsi che egli percepisca la bellezza che regna ovunque sovrana, ed emergeranno ricordi poetici. Forse al cospetto di quelle potenze silenziose, emergerà la presenza di una persona che gli è cara, ma si esaurisce in questo tutto quello che affiora alla sua coscienza? Dalla grandezza di quel silenzio emergerà, in modo pecepibile, il senso del «sacro», l’idea di Dio…

Qui c’è l’esperienza del phainesthài, l’apparire il mostrarsi della realtà, l’irrompere di una percezione sorprendente dell’essere. Come quella volta in cui raggiunsi la cima delle scale e mentre osservavo il paesaggio delle colline sull’orizzonte, mi prese la vertigine al pensiero che Dio non avesse mai avuto un inizio, nè avrà mai una fine.  Quella fu un’esperienza del sacro, il deinòn dei greci. L’ineffabile. Nel provare stupore subivo un arresto. Una sensazione mai dimenticata.

Non possiamo decidere quando, come e con quale intensità far accadere questa esperienza. È qualcosa che si riceve e si accetta perché nel suo essere un fenomeno naturale va decisamente al di là della nostra capacità decisionale e, semplicemente, ci accade in maniera imprevedibile e incalcolabile. É il brivido. La sorpresa. L’inatteso. Lo stato di grazia. Situazione rara.

«Un innaffiatoio, un erpice abbandonato su un campo, un cane al sole, un povero cimitero, uno storpio, una piccola casa di contadini, in tutto ciò mi si può palesare la rivelazione. Ciascuna di queste cose, e mille altre consimili, su cui l’occhio suole scivolare con naturale indifferenza, può improvvisamente, in un qualsiasi momento che in alcun modo mi è possibile richiamare, assumere un colore nobile e toccante, che nessuna parola mi pare atta a rendere». (Hugo von Hoffmannsthal, Lettera a Lord Chandos)

Perchè parlare di queste cose? Ne parlo perchè so che molti ne hanno perso la consapevolezza. Hanno smesso di pensarci e forse snobbano con una certa aria di sufficienza quelli che continuano ad averne l’esperienza. La percezione e l’esperienza del deinòn, del tremendo, della violenza dell’essere, è qualcosa di complesso e sfaccettato che appartiene ormai agli strati più profondi dell’essere dell’uomo e di cui è sempre più difficile prendere coscienza. Questo spiega la grande difficoltà per l’uomo di oggi, lontano da un rapporto diretto con le potenze della natura, ad averne una idea adeguata per come, ad esempio, traspare attraverso i racconti e le storie del mito che, per noi, hanno perso la loro potenza e verità originarie.

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