Viveva nel proprio quartiere

Articolo N. 173

Viveva nel proprio arabesco, in un ghirigoro che nessuno aveva ancora visto. Ibn Arabi aveva ricevuto in visione un comando, cioè di lasciare Siviglia dove era vissuto fino a quel giorno.

Gli enigmi  li conosceva già un po’. Di notte c’erano i  pensieri. Ma non i pensieri logici e concatenati della sua mente, ma i pensieri disfatti che vengono a galla nel momento in cui stai per addormentarti. Allora sentiva come un fluire estraneo, non personale, non pensato. Un pensiero automatico. Guidato da fuori. Da un telecomando fuori vista. Sottile come un capello. Un pensiero oscuro, ma sempre un pensiero. Un pensiero espresso in frammenti, tra l’intuitivo e il caotico, eppure molto spesso assolutamente preciso, capace di contenuti densi, di tenerezza e di stile.

   Come quella volta  che aveva saputo in che forma organizzare il senso del suo capire, come dargli una veste pulita e ordinata. L’ordine era venuto gradualmente dal vuoto. La luce dal buio. Aveva cominciato a studiare, cercando tra i volumi della biblioteca di Siviglia, senza sapere esattamente cosa vi si potesse trovare. Lo guidavano soltanto le istruzioni avute di notte e raccolte in pagine d’appunti scritte con la scrittura del dormiveglia e alla luce di una lampada accesa  nel buio. Di notte, alle volte, un pensiero più denso lo svegliava: come una comprensione che  deve essere rimarcata, non deve essere sottovalutata perchè suggerita da una mente più alta.

  Ormai aveva raggiunto l’età sacerdotale, aveva trentatrè anni, ma poteva ancora ricordare il tempo in cui aveva vissuto l’intensità di certi momenti. Spiegare quell’esperienza  non era semplice, dato che non era semplice da capire per chi non l’avesse vissuta. Provava a  dire che si trattava come di uno sconfinamento della mente ad  un livello più in alto, quando dentro dentro si capisce di essere entrati in sintonia con il nome dei nomi.

   Era come quando Mosè aveva vissuto l’esperienza di vedere Dio da dietro,- infatti gli aveva detto: “mi vedrai da dietro”- e lo aveva  nascosto in una faglia della roccia. Il racconto di quella storia  era stato in passato per lui  un colmo di tenerezza, ed ogni volta che  rileggeva quel passo ritrovava la sensazione.

Era stato come restare fuori di fronte a una porta chiusa e percepire il movimento  che indicava  la presenza di qualcuno nella casa, il  suono sottile di un’ombra che lasciava immaginare, ma non permetteva di conoscere la vera identità di chi si nascondeva all’interno.

That is why it is perceived (yush’aru) in a global manner without its being known (this time, yu’lamu) distinctively, with the exception of those to whom God has made it known or those to whom he discloses his identity, and who believe Him. Subtle perception has also been defined as ‘hair’, related to shu’ûr. This perception is analogous to that which allows us, when standing before a closed door [. ..] to detect a movement that indicates the presence of an animal in the house, even though we are not able to know exactly what kind of animal it is, or to tell (‘perceive’: again, yush’aru) that it is a person, even though we are not in a position to be able to know his or her identity […] It is because of this occult characteristic (khafâ’), referred to as shu’ûr, subtle perception (and not as ‘ilm).

Bereshit.  Tutto era incominciato, ma quando? C’erano stati negli anni  quelli che lui definiva sogni lucidi. Erano immagini particolarmente brillanti, a volte inquietanti, era lo sguardo ipnotico di un animale, mille occhi che lo fissavano con un’insistenza via via più difficile da sostenere, lo sguardo di un cavallo. Erano occhi come gli occhi delle ruote del carro di Ezechiele. Gli occhi del cherubino, magari!

Viveva nel proprio grafema: un ghirigoro di immagini, lettere e parole che nessuno aveva ancora visto. Una cosa nuova, un invito scritto su bella carta ruvida da una mano invisibile.  Ibn Arabi aveva ricevuto in visione un comando, cioè di lasciare Siviglia dove era vissuto fino a quel giorno.

Abramo aveva lasciato Ur, una casa abbastanza comoda per quei tempi, una bella situazione. Si era messo in viaggio per non tornare sui suoi passi. Ulisse era partito da Itaca ma aveva desiderato il ritorno. Ed era alla fine tornato. Ma lui, Muhammad ibn Ali ibn Muhammad ibn al-Arabi al-Hatimi at-Tai, Shaykh Al-Akbar, dopo avere incontrato il sapientissimo Averroè nella biblioteca di Siviglia, dopo avere vagato a lungo e in largo per le terre di Spagna,  sarebbe tornato?

La biblioteca era esposta in una luce dorata, migliaia di libri tutt’intorno, e sul tavolo l’enciclopedia di medicina che il medico di Granada, Albukasis, aveva pubblicato come dono agli studenti di Spagna. E ai malati più bisognosi di cure.

L’Almagesto di Tolomeo era appena stato riposto. I libri delle carte della terra, i trattati teorici e geofisici e una copia della mappa di al.Idrisi, disegnata ormai da quarant’anni , che faceva bella mostra di sè su una parete, tutto era come  avvolto in un’onda arancio piena di corpuscoli azzurri che si moltiplicavano nell’ora che precede un tramonto d’estate.

 Un ragazzo seduto sulla sedia, a un tavolo di fronte, si stropicciava gli occhi, mentre si sfilava dalla bocca un raggio di sole. Con un piccolo movimento, come di un gatto che gioca con una pallina nell’invisibile, sembrava un bambolotto con un grande volto nero. Era come incorniciato da un turbante, un corpo statuario. Come un idolo di bronzo. Oppure un narciso biondo che ride e si nasconde.

Ibn Arabi provò a sentire con le dita la consistenza del tessuto della camicia che lo rivestiva: era un pezzo di stoffa fresco che in quel pomeriggio caldo faceva piacere indossare. Uscì dalla sala per consegnare il volume che si era fatto portare, ed uscì sulla piazza di Siviglia. Le pozzanghere non ancora tutte asciugate. Portavano un segno del temporale del mattino. Attraversò un intrico di strade. In un vicolo incontrò una donna che portava in braccio un neonato che dormiva e muoveva inconsciamente le labbra, come per succhiare un pò di latte dal seno.

 Poi, passando vicino ad un muro d’ angolo, nell’ombra, sentì come un grido pauroso, uscito dalla finestra di un postribolo,  di qualcuno che diceva allarmato: “Tu stai per uccidermi”. Un brivido allora sconvolse la schiena di Ibn Arabi e il suo pensiero andò alla visione avuta quella notte. Lasciare Siviglia, mettersi in viaggio per strade per lo più pericolose, come avevano fatto i crociati  che di tanto in tanto tornavano dalla loro  epopea. Non aveva ancora ben realizzato il significato e la portata di quello strano comando ricevuto da  un giorno. Era qualcosa che  poteva sconvolgere la vita, ma era un comando divino. Ci avrebbe pensato di notte. Passando sotto la fortezza della Giralda,  la gente passeggiava sotto il volo di rondini, che volavano in cerchi, come fasci di luce leggeri.

  “Una cosa così è molto rara” pensò riguardo alle visioni.  Gli enigmi  li conosceva già un po’. Di notte c’erano i  pensieri. Ma non i pensieri logici e concatenati della sua mente, ma i pensieri disfatti che vengono a galla nel momento in cui stai per addormentarti. Allora sentiva come un fluire estraneo, non personale, non pensato. Un pensiero automatico. Guidato da fuori. Da un telecomando fuori vista. Sottile come un capello. Un pensiero oscuro, ma sempre un pensiero. Un pensiero espresso in frammenti, tra l’intuitivo e il caotico, eppure molto spesso assolutamente preciso, capace di contenuti densi, di tenerezza e di stile.

Era un uomo molto più alto di lui che si era presentato tendendogli la mano. “Micaia” , era un uomo non giovane ma dall’aspetto vigoroso, il volto di chi è vissuto all’aria aperta, scavato dal sole. Un modo di fare schietto, energico, avvolgente.

Camminando  giunse alle sponde del Guadalquivir. Da lontano si poteva intravvedere un’ansa del fiume, un triangolo d’acqua. Un pastore con una cappa rossa pascolava sulle rive due capre. Oltre il fiume c’erano distese coltivate di riso e un po’ dovunque palme da dattero.

Ibn Arabi si sapeva ancora ingrato per la sicurezza che gli era toccata  in quegli anni,  ma sentiva che ciò non era un fatto casuale. Una felicità, pensò, rovesciata in coppe di cristallo ben lucide, come un sorbetto fresco. A Granada, s’immaginava, era l’ora sacra, sulla solitudine della fortezza dell’Alambra, sul giardino dell’Architetto, come a Gerusalemme. Era l’ora dell’elefantino di cristallo che un pomeriggio di calura, al risveglio da un breve sonno, adagiato sull’erba, gli si era presentato alle narici soffiandovi dentro uno spirito vitale.

L’elefante bianco gli aveva dato un po’ da pensare, mentre cercava nella memoria il valore di quel simbolo per lo più indecente. Gli venne in mente la storia del principe indiano Josaphat, recluso nelle stanze di un palazzo reale per scongiurare la profezia. Era una leggenda che si raccontava in Europa da un po’, tradotta in Arabo dai persiani, piena di edificanti parabole che facevano del principe  una figura di santo.

Un santo, cos’era un santo? Per capire questo doveva attingere non solo al Corano ma alle parole delle Scritture, che sua nonna gli aveva insegnato. Sapeva che l’essere santo comportava uno stile di vita, non la semplice aderenza intellettuale  ad una congerie di principi. Ma in ultima analisi dipendeva unicamente da una elezione. Divina.

L’elefante bianco allora diventava il simbolo di quella elezione. Una cosa molto rara, di quelle che non si possono desiderare ma che capitano ogni tanto, sempre all’improvviso, a chi non se lo sarebbe aspettato. E questa cosa inaspettata e improvvisa , non sapeva perchè, era capitata a lui.

 Questo dono  era paragonabile all’elefante bianco che un Califfo abbaside aveva inviato ad Aquisgrana per l’incoronazione di Carlomagno a imperatore.

Come Harun al Rashid mandava ambasciatori in Europa,  anche lui, ibn Arabi, intratteneva rapporti segreti con una grande corte imperiale e anche lui, cittadino privato, viveva nei racconti di Mille e una notte. E tutto adesso prendeva una piega diversa. Partire da Siviglia aveva un significato diverso. Doveva farsi coraggio se doveva veramente partire. Doveva darsi delle parole d’ordine positive. Giusto o sbagliato che fosse, se lo ripeteva da un giorno, uomini valorosi avevano vinto impossibili battaglie perchè accompagnati da aruspici positivi, preghiere o rivelazioni divine.

In un racconto di Plinio il vecchio che aveva letto in biblioteca, se ben ricordava, si narrava che, durante la battaglia di Azio, gli aruspici di Ottaviano avevano esaminato il fegato di un toro e trovato che la vescica biliare era più grande del dovuto. Ne avevano desunto un responso positivo. La guerra pertanto era finita con una vittoria. Ora i suoi aruspici erano tutti positivi dato che lui sapeva di dove arrivava il comando. Partire per lui, che si era già sempre sentito un trapiantato, non sarebbe stato un problema. Non si sarebbe portato via niente, solo l’indispensabile: il Corano e le Scritture, il resto se lo sarebbe trovato lungo il cammino. L’unica cosa: sperava di star bene nel corpo e nello spirito e di non dover ricorrere all’aiuto di speziali. La medicina contemporanea aveva fatto passi da gigante ma, come lui sapeva molto bene, lo star in salute non dipende dai medici, ma è un complesso di mente e di spirito, di condizioni materiali  a volte favorevoli o avverse, di capacità  di rinuncia e controllo nel prendersi cura del proprio uomo fisico e anche integrale. Se in un lungo viaggio ciò sarebbe stato possibile, era tutto da vedere. Intanto sarebbe partito, ma il giorno e l’ora erano ancora indecisi. Gli incontri nel viaggio potevano essere pericolosi, o forse interessanti, ma di noia, credeva, non sarebbe mai morto. Si sentiva già nel bel mezzo di una storia.

 

  

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