Luce: Newton o Goethe?

Articolo N. 165

Goethe diceva che un arcobaleno che durasse più di un quarto d’ora nessuno lo guarderebbe. Come dire che un bel gioco dura poco, che presto può venire a noia e che l’estrema abbondanza di un bene lo rende scontato. Potremmo essere d’accordo oppure non esserlo, questo è soggettivo. Ma c’è un’altra conclusione di questo scrittore che sembra altrettanto degna di attenzione. Secondo Goethe «la scienza è uscita dalla poesia». Egli riconosceva cioè alla scienza un valore spirituale che Newton non ammetteva. Secondo Goethe non c’è differenza tra la scienza e l’arte in quanto entrambe cercano la spiegazione a dei perché fondamentali.

Goethe si interessò molto della teoria della luce e dei colori. Dopo aver preparato il lettore a non sottovalutare gli aspetti sentimentali e soggettivi dei colori, Goethe attacca violentemente le teorie di Newton. Egli aveva una visione globale della natura in forte contrasto con l’atomismo newtoniano. L’atomismo è lo studio analitico della pluralità dei costituenti fondamentali della realtà fisica. Ma un essere vivente, in quanto tale, va considerato sempre come un’unità-totalità non esprimibile con l’insieme delle parti che lo costituiscono. Va sempre considerata quella speciale entità che è la nostra coscienza.  È inammissibile per Goethe che i colori siano un puro fenomeno fisico, materialistico. Il poeta romantico ritiene che i colori, al contrario, siano qualche cosa di vivo, di umano; che pur avendo origine nelle varie manifestazioni naturali, trovano la loro composizione e il loro perfezionamento nell’occhio, nel meccanismo della visione e nella spiritualità dell’osservatore.

«Se l’occhio non fosse solare,
come potremmo vedere la luce?
Se non vivesse in noi la forza propria di Dio,
come potrebbe estasiarci il divino?»

E’ l’occhio dell’osservatore che rende l’oggetto visibile, perché il secondo non può esistere senza il primo; la verità non può essere colta indipendentemente dal soggetto che la conosce. Alla base c’è la consapevolezza dell’essere vivente, la sua coscienza soggettiva.

Goethe partiva da un concetto fondamentale, denso di grandi conseguenze, che fin qui non sono state abbastanza capite. La teoria goethiana dei colori non godette di molta fortuna presso gli ambienti scientifici del suo tempo, ma neanche in tempi successivi, perché gli studiosi rimasero per lo più interessati all’aspetto quantitativo e misurabile dei colori. Il suo punto di vista fu sempre molto in antitesi rispetto ad una visione meccanicistica della luce e del colore e quindi verso Newton. L’inglese si era concentrato solo sui colori dello spettro luminoso, non tenendo nella minima considerazione lo spettro oscuro. Egli considerava l’ombra come semplice assenza di luce. Goethe viceversa considera l’ombra come la polarità che interagisce con la luce. Egli ritiene che proprio la polarità, ovvero l’interazione tra luce e ombra, stia a fondamento dei colori. La luce e l’ombra sono i due lati della stessa medaglia. E’ solo da Goethe che potrà nascere la nuova comprensione della luce. Noi partiremo da lui.

Nel 1704 Newton aveva pubblicato un testo di ottica in cui sosteneva che la luce fosse costituita da un flusso di particelle leggerissime di diverso colore. Ma, mentre Newton attribuiva alla luce una natura particellare, seguendo il punto di vista di Goethe si incomincia ad intendere la luce come una semplice onda che si muove in un mezzo elastico, l’etere. Vediamo perchè. L’ombra non è un concetto vuoto ma pieno, ricco di potenzialità. E’ la matrice totipotente della luce. Nella tenebra c’é la luce in potenza, nella sua forma non ancora percepibile. C’è assenza di movimento. Nell’ombra i fotoni sono latenti ma non assenti, non inefficaci, solo dormienti. Come fare a provarlo?

Pensiamo ai semi che crescono al buio. I fagioli germinano al buio. Il grano cresce sotto la neve. La stella di natale ha bisogno di determinati periodi di oscurità per mettere fuori le sue eleganti, rosse brattee. Non a caso Goethe andava orgoglioso dei suoi studi di botanica. Le piante e la luce sono un tutt’uno.

Goethe rilevò che nessun raggio di luce appare mai se non è circondato dal buio o da una luminosità più bassa e ipotizzò che il buio giocasse un ruolo attivo nella percezione dei colori. Questi, dunque, non sarebbero contenuti nella luce, ma nascerebbero dall’interazione della luce col nero, ovvero col buio.

Egli affermava che non è la luce bianca a scaturire dalla sovrapposizione dei colori, ma il contrario. I colori non sono primari ma consistono in un offuscamento della luce, o nell’interazione di questa con l’oscurità. Egli scrive: “Il colore è, come tale, un valore d’ombra.” Il saggio di Goethe, “Teoria dei Colori“, si contrappone alla teoria corpuscolare della luce ipotizzata cent’anni prima dallo scienziato inglese. Infatti la natura composta della luce venne sostenuta per la prima volta nel 1666 da Newton. Per scomporre la luce egli fece passare un raggio di luce bianca in un prisma di vetro. La luce entra nel prisma e lo attraversa. Quando la luce fuoriesce, viene scomposta nei  colori  fondamentali che sono i colori dell’arcobaleno.

Secondo Goethe, Newton si serviva del prisma in una maniera inappropriata. Quest’ultimo lo considerava soltanto uno strumento con cui riuscire a vedere singolarmente i diversi colori, ritenuti originariamente componenti la luce. Goethe, invece, rileva come le lunghezze d’onda relative ai vari colori non sono preesistenti ad esso, bensì conseguano all’interazione della luce col prisma stesso, che funge da elemento torbido, e grazie a cui si produce l’effetto cromatico sopra descritto.

Insomma e per concludere, Goethe e Newton, rapportati alla luce, sono due mondi in antitesi. Il mondo di Goethe meritava finalmente di prendere il sopravvento.

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