Alcune citazioni da R. Boyle

Articolo N. 154

Il libro della natura è un grande e bell’arazzo arrotolato che non possiamo vedere tutto in una volta, ma dobbiamo accontentarci di attendere la scoperta della sua bellezza e della sua simmetria, a poco a poco, come viene gradualmente dispiegandosi o mostrandosi sempre più.

(R. Boyle, The Christian Virtuoso, Parte II, prop. VI, aforisma XXI)

Tanto per iniziare, ricordiamo che Boyle fu l’enunciatore di una fondamentale legge fisica, la legge dei gas di Boyle – Mariotte. Questa legge afferma che, in condizioni di temperatura costante, la pressione di un gas perfetto è inversamente proporzionale al suo volume, ovvero che il prodotto della pressione del gas per il volume da esso occupato è costante. Tale principio è denso di conseguenze per quanto concerne l’universo nel quale viviamo. Esso richiede che ci sia una copertura solida che sigilli l’atmosfera sopra la terra. Ciò significa che sulla terra piana esiste un duomo. (Cfr. l’articolo Esiste un firmamento solido sulla Terra piatta pubblicato in questo blog.)

Scrive Boyle (1627-1691) in The Sceptical Chymist: “Perché dovrei dirvi, infatti, che considerando la grande massa informe di materia, così come essa era durante la formazione dell’universo, ho talvolta pensato che non fosse inopportuno aggiungere un altro principio a quelli che possono essere assegnati alle cose che si trovano nel mondo, così come esso è ora costituito: e questo principio potrebbe essere chiamato, abbastanza opportunamente, principio o potere architettonico.

E intendo con ciò quelle varie determinazioni, quella sapiente guida dei movimenti delle particelle della materia universale, stabilite dal sapientissimo autore dell’universo, che all’inizio dovettero essere necessarie per trasformare quell’immane caos nel meraviglioso e ordinato mondo di oggi; e soprattutto per ideare i corpi degli animali e delle piante, e i semi di quelle cose da cui si dovevano propagare le specie. Perché devo confessare che non vedo come dalla materia posta in movimento, e quindi abbandonata a se stessa, siano potuti emergere congegni tanto straordinari, quali sono i corpi degli uomini e degli animali perfetti, e delle ancora più eccezionali particelle della materia, che sono i semi delle creature viventi”.

Per Boyle, come per Newton, è centrale l’ “argument from design”: dall’indagine razionale dell’universo come progetto si arriva non a postulare il caso, né la divinità o l’autonomia della natura, ma l’ esigenza di un Dio architetto, che non si è limitato a creare il mondo, ma lo sostiene e lo governa in ogni istante.

Per Boyle, da una parte gli “gli epicurei hanno fatto dei loro atomi tanti piccoli dei”, dall’altra occorre combattere la concezione della natura come un grande organismo, distinguere l’uomo, a immagine di Dio, dall’universo e spogliare la natura di tutte le potenze intrinseche di derivazione panteista, ponendo la materia in obbedienza alla sovranità di Dio, tramite leggi imposte dall’esterno.

Scrive Boyle: “La filosofia che io sostengo non va oltre le cose esclusivamente corporee e, distinguendo fra l’origine prima delle cose e il corso successivo della natura, insegna che Dio…stabilì le regole del moto e l’ordine che esiste fra le cose corporee, cose che noi chiamiamo leggi della natura. Perciò essendo stato una volta l’universo costruito da Dio e fissate le leggi del moto, ed essendo tutto sostenuto da questo concorso perpetuo e generale provvidenza…i fenomeni del mondo sono prodotti fisicamente dalle proprietà meccaniche delle parti della materia”

Tutti conoscono la celebre frase di Louis Pasteur: “poca scienza allontana da Dio, molta scienza vi conduce”. Molto prima Boyle, commentando Bacone, scriveva: “una conoscenza più superficiale della natura è incline a sedurre gli uomini all’ateismo, ma una penetrazione più profonda li riconduce alla Religione”; questo perché “a tutta prima le cause seconde, in quanto le più evidenti ai sensi, si impongono e occupano la mente”, mentre “un ulteriore progresso nello studio della natura, uno sguardo più curioso alle opere e ai metodi della Provvidenza” portano alla “prima e suprema causa”.

Lettura da Boyle:

“Signore, da quanto voi affermate, comprendo che i vostri amici considerano molto strano il fatto che io, il quale essi si compiacciono di considerare un attento cultore di filosofia sperimentale, sia un attento seguace della religione cristiana, nonostante che molte delle proposizioni cristiane siano così lontane dall’essere oggetto dei sensi da essere ritenute al di sopra della sfera della ragione. Ma benché ritenga che essi potrebbero trovare molti esemplari altrettanto strani tra coloro con i quali mi accomunano con il nome di nuovi virtuosi, e che, tra questi, potrebbero imbattersi in molte persone più abili di me nell’attenuare la loro meraviglia, ciononostante, dal momento che si sono compiaciuti di trascegliere me, quasi a provocarmi a farlo, tenterò di far loro considerare se non altro meno strano il fatto che un grande rispetto per l’esperienza e un’alta venerazione per la religione siano compatibili nella stessa persona. […]

Il primo vantaggio che il nostro filosofo sperimentale ha, in quanto tale, per essere un Cristiano consiste nel fatto che il suo corso di studi lo induce fortemente a stabilire nel suo animo una ferma convinzione nell’esistenza e in alcuni dei principali attributi di Dio: la qual credenza è, nell’ordine delle cose, il primo principio di quella religione naturale che è essa stessa requisito indispensabile alla religione rivelata in genere e, conseguentemente, a quella particolare che è abbracciata dai Cristiani.

Un osservatore intelligente e senza pregiudizi può difficilmente negare che la considerazione della vastità, della bellezza e della regolarità dei movimenti dei corpi celesti, l’eccellente struttura degli animali e delle piante, oltre a una moltitudine di altri fenomeni della natura e la soggezione di molti di questi all’uomo, può giustamente indurlo, in quanto creatura razionale, a concluderne che questo sistema delle cose, vasto, bello, ordinato e (in una parola) ammirevole sotto molti aspetti, che noi chiamiamo mondo, sia stato disposto da un autore supremamente potente, saggio e buono. Ciò è saldamente confermato dall’esperienza, la quale testimonia che, in quasi tutti i tempi e paesi, la maggior parte dei filosofi e dei pensatori furono persuasi dell’esistenza di una divinità dalla considerazione dei fenomeni dell’universo, la cui struttura e il cui reggimento essi razionalmente conclusero che non potevano a buon diritto essere ascritti al cieco caso o ad alcun’altra causa diversa da un essere divino.

Benché però sia vero che «Dio non ha lasciato se stesso senza testimoni» persino per gli osservatori superficiali, imprimendo su molte delle parti più evidenti della sua opera tali appariscenti segni dei suoi attributi che un modesto grado di intelligenza e di attenzione potrebbe essere sufficiente a far riconoscere all’uomo la sua esistenza, ciononostante non mi faccio scrupolo di pensare che l’assenso è di molto inferiore alla convinzione che gli stessi oggetti siano stati fatti apposta per stimolare un attento e intelligente loro contemplatore. Le opere di Dio sono infatti così degne del loro autore che, oltre alle impronte della sua saggezza e della sua bontà che sono state lasciate per così dire superficialmente, vi è un numero molto maggiore di curiosi ed eccellenti esempi ed effetti dell’ingegnosità divina nei segreti e più profondi loro recessi e questi non possono essere scoperti da sguardi distratti di indolenti o inesperti osservatori, ma richiedono e, al tempo stesso, meritano l’esame più accurato e meticoloso da parte di osservatori attenti e ben preparati.

Talora in una creatura non so quante ammirevoli cose possono esservi che sfuggono a uno sguardo comune, ma che possono essere scorte chiaramente da quello di un vero naturalista, il quale reca con sé, oltre a una curiosità e un’attenzione più che comune, una conoscenza competente dell’anatomia, dell’ottica, della cosmografia, della meccanica e della chimica. Dato che tale problema è trattato di proposito in altro luogo, può essere qui sufficiente dire che Dio ha espresso tante cose nelle sue opere visibili che quanto più l’uomo ne ha una chiara visione, tanto più può scoprire delle sottigliezze non evidenti e tanto più chiaramente e distintamente può discernere quelle qualità che si trovano più evidenti. E quante più meraviglie scopre nelle opere della natura, tante più sono le prove ausiliarie in cui egli si imbatte per impostare e rafforzare l’argomentazione, tratta dall’universo e dalle sue parti, per sostenere che c’è un Dio: la qual proposizione è di peso e importanza tanto vasta che dovrebbe renderci cara ogni cosa che possa confermarla e darci nuove ragioni per riconoscere e adorare il divino autore delle cose. […]In tale occasione, aggiungerò che, essendo l’uomo la più nobile delle opere visibili di Dio, poiché moltissime fra esse sembrano fatte per suo uso, in quanto egli (come ben dice il Salmista) è «fatto meravigliosamente» e forgiato in modo accurato e ingegnoso [cfr. Sal 139,14-15], poiché Dio gli ha dato una mente razionale così come l’ha dotato di un intelletto con cui egli può contemplare le opere della natura e acquisire, mediante esse, convinzione dell’esistenza e dei diversi attributi del loro autore supremamente perfetto, e ha riposto nella mente dell’uomo nozioni e princìpi atti a renderlo consapevole di dover adorare Dio, come il più perfetto degli esseri, il supremo signore e reggitore del mondo, l’autore della sua natura e di tutte le sue gioie; poiché, dico, tutto ciò sta in questo modo, la ragione naturale gli impone di (dover) esprimere i sentimenti che egli prova per tale essere divino con venerazione per le sue perfezioni, con gratitudine per i suoi benefici, e con umiltà, data la sua grandezza e maestosità, con timore della sua giustizia, con fiducia nel suo potere e nella sua bontà, quando egli si sforza diligentemente di servirlo e di piacergli e, in breve, con quei diversi atti della religione naturale che la ragione indica come adatti, e perciò dovuti, a quei suoi vari attributi divini di cui essa ci ha condotto a conoscenza (da: Opere di Robert Boyle, traduzione italiana di Clelia Pighetti, Utet, Torino 1977, pp. 65, 70-79)

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