Un invito personale

Articolo N. 150

Luce elettrica: le cose che non ci dicono

Voglio adesso invitare i miei lettori alla conferenza che terrò insieme a Michele, l’ingegnere con cui collaboro, sul tema della luce. Parleremo della nostra esperienza di ricerca, così come l’abbiamo vissuta in questi anni, dandoci sì un tema, la luce, ma poi andando a ruota libera, seguendo il flusso dei pensieri, così come si presenteranno gradualmente alla nostra mente. E’ inutile che io adesso vi dica per filo e per segno cosa potrete ascoltare quella sera. Ascoltare una persona che parla è sempre una sorpresa, e non puoi sapere in anticipo dove veramente andrà a parare. Si tratta del 14 Dicembre, sabato prossimo, dalle 18 alle 20, a Saluzzo, presso lo Spazio Culturale Piemontese di Corso Roma 4. Successivamente le conferenze avranno cadenza settimanale ogni domenica dalle 15 alle 17 e ogni martedì dalle 18 alle 20. Si parte domenica 5 Gennaio trattando il tema dell’assenza di curvatura sulla superfice terrestre e di fenomeni come l’arcobaleno e i sun dogs che provano l’esistenza di una cupola che riflette la luce del sole sopra di noi.

Raccontare una storia è difficile. Cominciarla bene anche. Con le primissime parole, chi parla lancia una serie di segnali a chi ascolta, con una serie di indizi che possono o meno invogliarlo alla lettura o all’ascolto. Così i primi minuti di un film, il primo verso o la prima strofa di un poema, le parole di apertura di una canzone, le prime note di una composizione musicale, o l’incipit di un romanzo, sono sempre significativi. Tutti noi ricordiamo la Divina Commedia, con le parole della prima terzina, “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura” etc… Io vorrei dunque cominciare con le parole giuste. So che quando si affrontano temi scientifici il rischio è sempre alle porte. O si diventa troppo tecnici, aridi e pignoli, o si diventa troppo generici, finendo per annacquare prove ed argomenti. Vorrei riuscire a tenermi nel mezzo.

Ci sono vari modi per iniziare un racconto qualsiasi. Io adesso sto per raccontarvi la storia di una ricerca. Sono quattro anni della mia vita, che mi hanno arricchita, fatta crescere, cambiata. Sono diventata un’altra persona. A tutti gli effetti si tratta di un racconto. Alle volte arrivo a considerare questo percorso come un romanzo. Dunque, adesso, io potrei descrivervi la storia delle mie piccole scoperte cominciando dall’inizio, e introducendo gradualmente le varie informazioni necessarie alla vostra comprensione dei fatti. Potrei procedere in ordine cronologico, e raccontarvi tutto per filo e per segno, dall’inizio. Ma fare questo richiederebbe tempo, e so che finirei per annoiare.

Perciò, almeno per quella sera, questo sabato sera, devo procedere in un altro modo. Non comincerò dal principio, ma vi porterò nel bel mezzo di una storia. I latini definivano questo procedimento come una maniera di raccontare andando in medias res, cioè nel mezzo delle cose. Le cose che vi racconto sono uno spaccato di concetti ed idee che abbiamo capito procedendo a tastoni, in avanti. Non vi racconterò subito le prime cose, ma neppure le considerazioni finali. Infatti parlare di luce fu per noi, fin dall’inizio, uno dei maggiori punti di attenzione. Però, poi, scoprire veramente qualcosa di nuovo fu un processo abbastanza lento, difficile e graduale.

Per me tutto partì dal concetto di ombra. Non credevo che il buio fosse semplicemente un’assenza di luce. Pensavo all’ombra come a un concetto positivo, onnicomprensivo. Sentivo che l’ombra andava considerata come un’entità ricca, piena. Non poteva essere un semplice vuoto. Passai diverse settimane con questa insistente, incalzante domanda di fondo, finchè un giorno, leggendo una pagina di romanzo, capitai sopra una frase che… clic, mi aprì quella porta. Uno scrittore giapponese, Natsume Soseki, scrive in un libro dal titolo “Luce e ombra”, questa sua, e per me almeno, incredibile intuizione: “Mi rendevo conto che la luce e il buio sono facce di un’unica moneta; che dovunque risplenda il sole si deve pure trovare l’ombra.” Non so perchè, ma leggere questa frase fu come spalancare delle porte sull’abisso. Sì, perchè di lì derivarono conseguenze, è il caso di dirlo, elettrizzanti.

Anche Goethe, il geniale scrittore tedesco, fautore egli stesso di un concetto di terra piatta, ma vissuto a cavallo di settecento e ottocento, scrisse qualcosa di molto simile. Egli scrisse che dove c’è più luce l’ombra è più profonda. Allora cominciavo pian piano a capire. Il cammino era ancora misterioso ed oscuro, ma sentivo di aver superato una prima, importante frontiera. Di lì fui assorbita da impreviste ricerche nel campo dell’ottica che mi permisero, un po’ alla volta, di cominciare a capire la vera natura della luce. Mi veniva spesso in mente una frase del Vangelo di Giovanni, quando dice: E la luce risplende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno sopraffatta. La luce è già lì, tutta compresa e contenuta nelle tenebre, come in un grande contenitore che tutto comprende.

Anche il Corano ha dei passi sublimi sulla luce. Per esempio la sura 24 An Nur, detta anche la sura della luce, legge: Allah è la luce dei cieli e della terra. La Sua luce è come quella di una nicchia in cui si trova una lampada, la lampada è in un cristallo, il cristallo è come un astro brillante; il suo combustibile viene da un albero benedetto, un olivo né orientale, né occidentale, il cui olio sembra illuminare, senza neppure essere toccato dal fuoco. Luce su luce. Allah guida verso la Sua luce chi vuole Lui e propone agli uomini metafore. An Nur – la sura 24 della luce. Questa è una superba descrizione del firmamento come una nicchia in cui volteggia la luce. Una lampada alimentata da un potente, invisibile campo magnetico.

Ora tutti noi ci chiediamo che genere di sostanza sia mai questa luce. La Genesi dice che Dio divideva la luce dalle tenebre. Già cominciavo a capire che la luce viene dalle tenebre e non viceversa. Un altro passo verso la comprensione era compiuto. Iniziavo a capire che le tenebre iniziali, l’ombra, non sono semplice assenza di luce, ma tutto il primigenio. Come lo zero che non è assenza, ma totalità, matrice di tutti i numeri. La somma di notte e giorno, in Genesi, veniva chiamato semplicemente tenebra.  La luce emergeva dal buio, come conseguenza di un movimento. E lo spirito di Dio alitava sulle acque. Un movimento di forze elettromagnetiche. Senza movimento non c’è luce.

Pensiamo al movimento di una pietra gettata nell’acqua immobile di un lago. Improvvisamente si nota, sulla superficie dell’acqua, un movimento di onde concentriche. E’ un movimento oscillatorio che si muove verso l’alto e verso il basso. L’acqua prima era già tutta lì, ma ferma e immobile. Poi inizia un movimento. Allora compaiono delle onde che vanno a increspare la superficie. Solo il movimento di una pietra gettatavi dentro può generare quelle onde. Cosa è successo? Le molecole d’acqua hanno cominciato a comportarsi come onde.

Similmente, l’etere è composto di sottili particelle dormienti nell’ombra. La luce apparve come il risultato di un movimento. Lo spirito di Dio si muoveva sulle acque. Era un movimento generato da un campo di forze. Di qui cominciavo a capire  perchè alla luce si attribuisca una doppia natura, la natura corpuscolare e quella ondulatoria. La natura corpuscolare è quella invisibile, il buio dormiente delle tenebre, ma quella ondulatoria è dovuta a un movimento. Questo è la luce. Questa manifestazione visibile fu possibile solo per via delle tenebre, e del movimento. Parlando di luce si parla di fotoni, che non sono semplici raggi luminiferi, ma le singole unità minime che costituiscono l’etere. I fotoni noi, perciò, li chiamiamo eteroni.

Queste particelle possono essere messe in vibrazione da uno stress conseguente a fenomeni chimici o elettromagnetici. Con questo movimento oscillante gli eteroni generano l’onda elettromagnetica. Quando quest’onda presenta una frequenza nei limiti del visibile, noi possiamo vedere la luce. Se questa radiazione non raggiunge la lunghezza d’onda del visibile, noi non possiamo percepire la luce. Ma questo non significa che il fotone luminoso sia assente o inattivo. Così vi racconterò del modo misterioso in cui i fotorecettori delle piante riescono a profittare della luce anche nel buio… Ma, per saperne di più, dovrete venire personalmente a sentire.

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