La religione presso i romani

Articolo N.115

Per gli antichi romani la religione aveva un aspetto ufficiale, collettivo e formale. Non contava quel che pensava il singolo. Era collegata allo sviluppo politico e sociale della società. La religione era associata con la vita pubblica, nel senso di un’identificazione tra religione e politica a livello pratico. I romani collegavano al termine religio il vissuto di timore nei confronti della sfera del sacro. Religio era quell’insieme di riti, simboli e significati che permettevano all’uomo romano di comprendere il cosmo, di mettersi in relazione con esso e con gli dei. Era fatta di atti di culto, praticata dall’uomo in quanto membro di una comunità. Era una religione di partecipazione. Il luogo dove si esercitava era soprattutto la comunità politica. Non era credenza individuale, in quanto era lo stato ad essere il tramite tra l’individuo e la divinità. A Roma parlare di religio non equivaleva parlare di credo. Parlare di religione significava fare politica.

Cosa richiedevano gli dei pagani? Un segno di riconoscimento, nient’altro. Le pratiche religiose nel mondo classico servivano a evitare eventi spiacevoli nel quotidiano. Gli dei non chiedevano amore e attaccamento personale ma riti, offerte, e sacrifici animali. Le leggi religiose da rispettare equivalevano a quelle civili e ci si rivolgeva agli dei perchè c’erano questioni da risolvere. Era un do ut des, ti do una cosa e tu me ne dai un’altra, un rito per una protezione. Si chiedeva una grazia e si faceva una promessa. Il voto si scioglieva solo se la divinità aveva compiuto il prodigio. Non c’erano altri doveri, se non rituali e sacrifici a scadenze determinate ma non troppo impegnative. Alla divinità si chiedeva tanto e non di più. E loro, gli dei, non chiedevano di meglio.

All’ aspetto privato, il culto delle divinità del focolare domestico, si affiancacava la religione pubblica, il cui scopo era perciò di stabilire e conservare i rapporti giusti tra la città e gli dèi, la “pax deorum”. Somigliava a un contratto per ingraziarsi gli dèi, evitando atti che facessero venire meno il loro appoggio. Tutto ciò si otteneva eseguendo con estrema accuratezza i riti e i sacrifici previsti per ogni specifica occasione. Infatti la parola “religio”, ha in latino il duplice significato di “osservanza scrupolosa” e di “impegnarsi di fronte agli dèi”.

I racconti mitologici greci relativi al campo teogonico (sull’origine degli dei) e cosmogonico (sull’origine del cosmo) si diffusero presto anche a Roma. Il termine greco “mythos” ha relazione con racconti dal contenuto di tipo cosmogonico. Esso esprimeva un segreto proprio delle origini. A differenza dei Greci che si esprimevano con quel termine, i romani usavano la parola “fabula“, che per loro significava parlare di contenuti religiosi. Ma per i romani “fabula” si contrapponeva a “historia”, il racconto fondatamente storico. Ne conseguiva che l’accettazione di una fabula in quanto racconto degno di credito era lasciato al singolo individuo, perché, si sa, una fabula, in quanto tale, non si può confermare nè confutare.

 A questo proposito Cicerone scrive: “Che cosa vi è di più sconveniente per un pensatore che il coltivare false opinioni o il sostenere con sicurezza ciò che non è ancora stato adeguatamente compreso e ponderato?” (Sulla natura degli dei, pag.1, par.1) Egli riteneva che la religione fosse uno strumento nelle mani della politica. Egli asseriva: Nec vero superstizione tollenda religio tollitur. Guai, se con la superstizione si sopprime anche il sentimento religioso: esso, nonostante tutto, per l’oratore di Arpino resta cosa preziosa e irrinunciabile per la Res Publica. Si sa infatti che Cicerone si faceva beffe delle pratiche divinatorie, ma continuava a ritenere l’autorità religiosa indispensabile in campo etico-politico, nonostante fosse all’origine di quelle pratiche. 

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