Servizi segreti a Gerusalemme

Articolo N. 106

A un giovane sotto i vent’anni raramente è concessa grande autorità. Quando ciò accade è dovuto ai privilegi della nascita e ai benefici della famiglia di appartenenza, quando alle spalle c’è il consiglio di qualcuno che conta. Tale fu il caso di Paolo di Tarso che, mentre era ancora un ragazzo, fu presente alla lapidazione di Stefano. Lo scrittore annota: “E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane chiamato Saulo.” (At 7:58)

Subito dopo in Atti si legge: “Saulo da parte sua approvava il suo assassinio. Cominciò a devastare la congregazione. Invadendo una casa dopo l’altra e trascinando fuori uomini e donne, li consegnava alla prigione.” (At 8:1,3) “Ma Saulo, spirando ancora minaccia e assassinio contro i discepoli del Signore, andò dal sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco, affinché se avesse trovato degli appartenenti alla Via, sia uomini che donne, li potesse condurre legati a Gerusalemme.”(At 9:1-2) Ottenere simili autorizzazioni e farle rispettare non era cosa da poco e a maggior ragione per un giovane con meno di vent’anni. Bisognava avere buone credenziali.

Si suppone che Saulo nascesse verso il 15 d.C. e che la lapidazione di Stefano avvenisse poco dopo la morte del Cristo databile intorno al 30-31 d.C.. Perciò alla morte di Stefano Paolo non era ancora uscito d’adolescenza. Ma cosa ci faceva lì? Probabilmente aveva accompagnato qualcuno dei suoi familiari. Chi erano gli assassini di Stefano? Atti spiega: “Ma sorsero certi uomini della Sinagoga dei Liberti, e dei Cirenei e degli Alessandrini e di quelli della Cilicia e dell’Asia, per disputare con Stefano.” (At 7:9) Un vero e proprio pool internazionale che piomba addosso a Stefano e lo porta davanti al Sinedrio.

Di per sé gli uomini del Sinedrio non avevano il diritto di condannare qualcuno alla pena capitale. Non erano depositari dello Jus Gladii, il diritto della spada. Evidentemente sulla scena del crimine oltre a personaggi del Sinedrio doveva esserci la presenza di un qualche funzionario romano che rendesse eseguibile una simile condanna. Il padre di Paolo doveva essere lì presente come rappresentante di Roma. Ricordiamo che nell’impero la delazione divenne sempre più lo strumento chiave del controllo del territorio.

Il nonno di Paolo, padre di Simone, fu forse un ebreo che a Roma aveva percorso alcuni dei vari livelli del cursus honorum interni all’esercito, unica via di accesso alle importanti cariche politiche. Diventato un graduato, forse uno dei pretoriani cui competevano i servizi segreti di polizia, aveva ricevuto in dono terre nella provincia della Cirenaica come compenso per aver preso parte alla sua conquista. Passata l’età idonea al servizio nelle legioni, il nonno di Paolo era riuscito a ritirarsi nella Cirenaica dov’era poi  nato Simone di Cirene che in seguito si era trasferito a Tarso. Lì avevano avviato un’impresa di lavorazione di tende di cui l’esercito aveva costante bisogno. Simone si era anche sposato e, a suo tempo era nato Saulo, detto Paolo. Dal nome del ragazzo se ne deduce l’ appartenenza ai due mondi, la doppia identificazione ebraica e romana. Si erano poi trasferiti a Gerusalemme tutta la famiglia.

Ma chi era il nonno di Paolo? La Scrittura di Atti 13:1 insieme ai parenti di Paolo menziona un certo Manaen, compagno di gioventù di Erode. Manaem avrebbe potuto essere il nonno di Paolo? Proviamo a indagare. Nella prima giovinezza di Erode il Grande, un profeta Esseno di nome Manaen, vicepresidente del Sinedrio (Ant Giud XV. 373-379),  gli aveva predetto che sarebbe diventato re. Si presume che l’uomo citato da Paolo in Atti potesse essere il nipote o il pronipote del Manaen che aveva profetizzato. Quando questa profezia si era adempiuta, Erode si era ricordato dell’uomo e aveva mostrato riconoscenza colmandolo di onore e ricchezze e allevando un ragazzo della famiglia di quel sacerdote insieme ai suoi figli. La parola greca usata in questo contesto è suntrofos che denota uno che viene nutrito e allevato insieme ad un altro. Come se fossero fratelli di latte.

Mattan, nella genealogia di Giuseppe (Matteo 1:15) era un sacerdote sposato due volte. La prima moglie fu Esta da cui ebbe, oltre a Giacobbe, due altri figli, Jonachir e Ischia lo Zelota. Questo Ischia ebbe un figlio, Menaen l’esseno, che era quindi primo cugino di Giuseppe di Nazaret e assistente di Hillel il Vecchio, membro del Sinedrio. (Unraveling the Family History of Jesus – Steven Donald Norris)

 Un discendente di questo Manaen era stato educato all’interno della famiglia di Erode divenendo per questo motivo un uomo di rango. Sia Antipa che Archelao, i figli di Antipatro, erano stati educati a Roma e Manaen li aveva presumibilmente accompagnati. Antipa era nato nel 20 a.C. e alla morte del padre, appena diciassettenne, diventò tetrarca della Galilea e della Perea. Fu allora proprio lui ad arrestare ed uccidere Giovanni Battista e a incontrare Gesù al tempo della sua condanna. Forse fu sempre lui ad uccidere Paolo.

Comunque, l’essere vissuto in quella famiglia di regnanti aveva spalancato a Manaen diverse opportunità. Era vissuto a Roma nella sua giovinezza compagno dei due figli di Erode. Per questo motivo aveva stabilito in città preziosi contatti, stretto amicizie e ottenuto l’ambita cittadinanza. Di conseguenza Paolo poteva essere stato a sua volta fin da giovane introdotto a Roma e avere notizia di persone appartenenti a più disparati livelli sociali.

Paolo pertanto si definisce romano su fondati motivi. Infatti in Atti si legge: “Quindi il comandante militare si accostò e gli disse: “Dimmi: Sei romano?” Egli disse “Sì”. Il comandante militare rispose: ” Io ho acquistato questi diritti di cittadino con una grossa somma.” Paolo disse: “Ma io ci sono nato”. (At22:27-28) Evidentemente egli poteva essere romano e giudeo contemporaneamente. Le due cose non erano antitetiche. Il Mediterraneo, Roma e tutto l’impero  pullulavano di giudei. Alessandria e Cirene erano centri giudaici per eccellenza ma anche a Roma c’erano decine di migliaia di ebrei. Una di loro era proprio Poppea Sabina, moglie di Nerone.

 Un altro ebreo molto influente era Narcisso. Questi era stato un liberto incaricato di reggere la segreteria e la corrispondenza imperiale di Claudio. Uno scrittore latino, Svetonio, così lo definisce : “Narciso o Narcisso, il potentissimo ministro di Claudio” .  (Vita dei Cesari) In Romani 16:11 Paolo manda i saluti a quelli della casa di Narcisso. Ora, al momento della stesura della lettera ai romani, Narcisso era morto da un due tre anni per ordine di Agrippina, anche lei un’ebrea. Ma ciò non significa che tutti quelli della casa del segretario, che erano ormai nel Signore, fossero scomparsi con lui. A loro Paolo mandava i saluti. Tra di loro poteva esserci Erodione (un cugino? uno zio?) con cui Paolo stesso si riconosceva imparentato. Un tal nome confermerebbe gli stretti legami di comunanza tra Manaen e la casa di Erode.

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