Gesù entra nella sua città come re

Articolo N. 101

I re entravano in Gerusalemme cavalcando asini. Davide, dopo aver giurato di far sedere sul trono suo figlio Salomone, ordinò a Zadoc, il sommo sacerdote, a Natan, il profeta, e a Benaia, la sua valorosa guardia del corpo, di prendere la sua mula e far cavalcare suo figlio Salomone fino a Ghihon per esservi unto re suo successore. Ed essi “facevano cavalcare Salomone sulla mula del re Davide e lo conducevano quindi a Ghihon”. Poi Zadoc il sacerdote prese il corno dell’olio e unse Salomone mentre tutto il popolo gridava: “Viva il re Salomone”. 1Re 1:32-40

Anche Gesù, legittimo erede di Davide e Salomone, manda i discepoli a prendere un asino per celebrare il suo ingresso come re in Gerusalemme. Matteo scrive: “Dite alla figlia di Sion: ‘Ecco, il tuo Re viene a te, d’indole mite, e montato sopra un asino, sopra un puledro, figlio di una bestia da soma’”. Quel giorno Gerusalemme era gremita di gente arrivata da tutto il mondo. Era la settimana prima della Pasqua e molti “erano saliti ad adorare alla festa”. In quelle occasioni si calcola che in città affluisse un numero enorme di pellegrini. Giuseppe Flavio, magari esagerando, parla di due o tre milioni di persone che arrivavano da ogni comunità ebraica. I pellegrini che non riuscivano a trovar posto in case private si accampavano per le strade o nei dintorni della città. J. Isaac scrive: “Così alla città di pietra se ne affiancava una di tende”. Immaginiamo di stare nel bel mezzo di un’immensa fiera con mercati ovunque e bestie messe in vendita per fare i sacrifici.

In questo trambusto la gente agitava rami di palme e gridava esultante dicendo: “Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide!” In quell’occasione Gesù era molto turbato e lo disse  chiaramente, non lo nascose. “Ora la mia anima è turbata, e che dirò? Padre salvami da quest’ora. Tuttavia per questo sono giunto a quest’ora. Padre glorifica il tuo nome. Perciò una voce venne dal cielo: “Ho glorificato e glorificherò di nuovo”. Tutta la folla che stava lì udiva e si chiedeva stupita cosa fosse stato. Forse molti di loro addirittura si spaventarono e furono presi dal timore. Mat 21:1-17; Lc 19:30-35; Mr 11:9; Gv 12:20; 27-30.

Perciò l’intera città venne messa in agitazione. (Matt 21:10) Quando Gesù, dopo aver rovesciato i banchi dei cambiatori di monete, entrò nel tempio, i capi sacerdoti, gli scribi e gli uomini principali del popolo (il che vuol dire includere oltre al sommo sacerdote in carica anche molti altri personaggi influenti del Sinedrio) si presentarono da lui  furibondi. Probabilmente, visto il clima di grave fermento politico in cui versava la città e il paese, attribuirono alla manifestazione un carattere sedizioso. Non potevano tollerare la presenza di un re che fosse in antagonismo con l’imperatore romano. Di conseguenza cercavano di capire come fare per distruggerlo. In una situazione così grave Gesù era turbato e pianse. Non solo e non tanto per se stesso, ma soprattutto per la città di Gerusalemme.

Luca scrive: ‘E quando fu vicino guardò la città e pianse su di essa, dicendo: “Se tu, sì, tu, avessi compreso in questo giorno le cose che hanno relazione con la pace, ma ora esse sono state nascoste ai tuoi occhi. Poichè verranno su di te i giorni nei quali i tuoi nemici edificheranno attorno a te fortificazioni con pali appuntiti e ti affliggeranno da ogni parte e getteranno a terra te e i tuoi figli dentro di te, e non lasceranno in te pietra sopra pietra, perchè non hai compreso il tempo in cui sei stata ispezionata”‘. Lc19:42-44

Gli anni in cui visse Gesù furono per la nazione d’Israele un periodo decisivo e tremendo. Il suo ministero si era svolto in un tempo spalmato su quattro anni, durante il quale avrebbero potuto succedersi ben quattro diversi sommi sacerdoti. Ma a quanto pare le cose non andarono esattamente in questo modo. Il sommo sacerdozio rimase in mano a Caifa dal 18 al 36 d.C.

Nell’Historia Ecclesiastica di Eusebio, scrittore del terzo secolo e biografo di Costantino, si legge: “Giuseppe (Flavio) nel medesimo libro delle antichità (XVlll, 34-35) enumera in ordine successivo i quattro sacerdoti da Anna figlio di Seth fino a Caifa, dicendo: “Valerio Grato tolse la carica sacerdotale ad Anna figlio di Seth, e proclamò sommo sacerdote Ismael figlio di Fabi, ma non molto tempo dopo destituì anche lui e nominò sommo sacerdote Eleazaro, figlio del sommo sacerdote Anna. Trascorso un anno, anche costui fu esautorato e la carica fu affidata a Simone, figlio di Camitho e anche lui non la tenne per più di un anno. Fu suo successore Giuseppe chiamato Caifa. Dunque l’intera durata dell’insegnamento del nostro Salvatore, come appare evidente, non comprende quattro anni completi, e ci furono in questo periodo quattro Sommi Sacerdoti, da Anna fino a Caifa, uno per anno.” Hec l 10, 4/6 Giuseppe Flavio aggiunge: “Dopo questi atti Grato si ritirò a Roma dopo essere stato in Giudea per undici anni. Venne come suo successore Ponzio Pilato.”

Ma proviamo a districare alcune incongruenze. Il passo citato da Eusebio menziona Valerio Grato come l’autore di frequenti nomine sacerdotali che egli avrebbe effettuato durante il suo mandato. E’ possibile che questo derivasse dalla necessità di trovare un candidato accettabile per il popolo ma anche per Roma. La sua posizione di governatore andò dal 15 al 26 d.C. Fu il primo a servire in questa posizione per un lungo periodo (11 anni) a causa della politica di Tiberio nel prolungare la durata del mandato dei commissari provinciali. Fu rimpiazzato da Pilato su nomina di Seiano, per 10 anni, dal 26 al 36 d.C. Di conseguenza Caifa sarebbe stato nominato nel 26 rimanendo in carica fino alla fine del mandato di Ponzio Pilato. Ciò sarebbe in contrasto con l’informazione proveniente da Flavio secondo cui i sommi sacerdoti duravano in carica solo un anno. E’ forse possibile pensare che ci fosse una rotazione sincronica sugli stessi nomi che si alternavano in successione. Infatti Giovanni parla di Caifa come di uno che era sommo sacerdote per “quell’anno”. Giovanni 11:49,51

Questo punto di vista di Eusebio circa i sommi sacerdoti che si sarebbero succeduti durante il ministero del Cristo, fu reso possibile perchè in quel periodo, come sottolinea Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche libro XX, cap. 10), e lo stesso Eusebio ripete nella sua Historia Ecclesiastica: “I Governatori romani assegnavano il servizio divino ora all’uno ora all’altro e chi lo riceveva non poteva mantenerlo per più di un anno”. Sta di fatto però che durante il processo di Gesù Caifa era sommo sacerdote, e sapere questo ci potrebbe bastare.

D’altra parte, come fanno notare gli studiosi, sia Eusebio che lo storico ebreo avrebbero trascurato il patronimico del  Sommo Sacerdote Giuseppe detto Caifa, unico nome paterno mancante nella lista dei cinque Sommi Sacerdoti citati. La stessa omissione, dal canto loro, fecero i quattro evangelisti che a loro volta parlano del sommo sacerdote come semplicemente di Caifa, tralasciando il Giuseppe.

Il patronimico era parte integrante del nome. Ometterlo non sarebbe un particolare di poco conto ma fondamentale perché impedirebbe il riconoscimento della famiglia del Sommo Sacerdote. Caifa nel racconto non é un nome proprio di persona, ma il soprannome di tale Giuseppe (Giuseppe detto Caifa), citato senza il consueto patronimico ebraico bar (“figlio di”) che è parte integrante dei nomi giudei. Però a ben osservare qui ci troviamo dinanzi ad un accenno molto ben camuffato.  Basterebbe invertire l’espressione Yosef Kayafa in Kayafa Bar Yosef per sistemare definitivamente la questione. Infatti Caifa era figlio (Bar) di Giuseppe di Arimatea e il suo patronimico non fu veramente omesso ma solo nascosto. Nè Giuseppe Flavio nè gli evangelisti volevano far sapere troppo chiaramente da che famiglia provenisse quell’uomo. Era infatti cugino di Gesù ma anche nonno di Giuseppe Flavio.

Ragionando in questo modo le apparenti incongruenze si dissolvono in fumo e i diversi pezzi del puzzle sembrerebbero messi ciascuno al suo posto.

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