Mosè nel ruolo di sacerdote

Articolo N. 96

L’ultimo giorno di vita di Mosè si presenta come un giorno apparentemente normale. Ha centovent’anni ma il suo occhio non si è indebolito e la sua forza vitale non l’ha abbandonato. Tant’è che, quella mattina stessa sale ancora al monte Nebo, in cima al Pisga, e Geova gli fa vedere tutto quel paese che ha sempre sognato, per il quale ha intensamente combattuto. “Dopo ciò Mosè, il servitore di Geova, morì là, nel paese di Moab per ordine di Geova. Ed egli lo seppelliva nella valle del paese di Moab di fronte a Bet-Peor e nessuno ha conosciuto fino a questo giorno il suo sepolcro.” (Deut 34:1,5-6)

Poco prima Mosè aveva convocato tutto il popolo in assemblea solenne  per comunicare la sua fine imminente e passare le consegne al suo successore. Perciò, chiamato Giosuè, gli trasmette “davanti agli occhi di tutto il popolo” l’incarico di condottiero. Ai sacerdoti figli di Levi, quindi prima di tutto ai suoi figli e nipoti, fornisce un documento  scritto con le disposizione di quanto appena deciso e pubblicamente comunicato. (Deut 31:1,7,9) Chi fosse in quel momento il sacerdote capo non viene dichiarato. Ma sicuramente le Scritture lo spiegano bene, che anche questo ruolo era uno dei suoi privilegi indiscussi. Diciamo che fin lì non si era mai parlato, almeno apertamente, di sommo sacerdote. Aronne e suo figlio Eleazaro non lo furono mai. Anzi furono sempre figure secondarie.

Nella cerimonia d’investitura e d’unzione (raccontata in Esodo ai capitoli 28-29) non si parla mai di sommo sacerdote. Geova ripetutamente dice di far avvicinare Aronne e i suoi figli perché, semplicemente, “mi facciano da sacerdoti”. Una gerarchia vera e propria non era stata ancora stabilita. (Deut 28:1,3,4,41; 29:1,44) A leggere bene si capisce che la funzione di Aronne fu sempre subordinata a quella di suo fratello. Era Mosè che convocava le assemblee e che presiedeva ai sacrifici e alle cerimonie. Egli riuniva in sè il potere civile e quello religioso.

Per esempio, in Esodo 29:42 si leggono le parole che Geova proferisce a Mosè riguardo all’olocausto continuo che doveva essere  offerto dai sacerdoti “all’ingresso della tenda di adunanza, là dove io mi presenterò a voi per parlarti.” Quindi Geova trattava con Mosè di tutte le questioni, anche di quelle più strettamente cerimoniali. Lo stesso concetto riemerge chiaro in Esodo 30:36 quando, a proposito dell’incenso, Geova stesso da ordine a Mosè: “E devi pestarne una parte in polvere fine e metterla davanti alla Testimonianza, nella tenda di adunanza, dove mi presenterò a te. Dev’essere santissimo per voi.” A questo punto noi sicuramente ci chiediamo: chi entrava nella Testimonianza, la parte più segreta del tabernacolo, il santissimo? La Scrittura dice “dove mi presenterò a te”.

Di conseguenza chi era il sommo sacerdote? Assolutamente Mosè. Non c’è alternativa perché solo il sommo sacerdote poteva entrare nel Santo dei Santi. Nel dare disposizioni sull’arca del patto, Geova disse a Mosè: “Lì per certo mi presenterò a te e ti parlerò di sopra il coperchio…di tutto ciò che ti comanderò per i figli d’Israele.” (Esodo 25:32) Appare dunque evidente che Mosè poteva accedere al santissimo, alla presenza di Dio. Era quindi sommo sacerdote.

Il termine sommo sacerdote compare per la prima volta nelle Scritture in Levitico 21:10 ma è avulso da qualsiasi riferimento personale diretto perchè lì si stabiliscono delle regole di purezza  e delle disposizioni matrimoniali valide genericamente per ogni futuro sommo sacerdote. Il termine, in epoca strettamente mosaica, ricorre poi ancora altre due volte in Numeri 35:25,28 e una volta in Giosuè 20:6 sempre a proposito delle disposizioni relative alle città di rifugio. Come si percepisce chiaramente da questi passi Aronne non esercitò mai un ruolo di sommo sacerdote. Anche il nome di Eleazaro non compare che una sola volta di sfuggita in tutto il Deuteronomio, quando, in occasione della morte di Aronne, il figlio “cominciò a fare da sacerdote invece di lui.” Deut 10:6

Secondo la consuetudine in vigore presso il popolo d’Israele, il figlio primogenito ereditava la posizione del padre. Perciò nel caso di Mosè, il suo primogenito era Gherson che anche lui, in quanto levita, dovette ereditare la stessa funzione sacerdotale di suo padre, un capo sacerdote. Ma di quest’uomo le Scritture sembrano non voler dire né tanto né poco. Perchè? Una delle ragioni può essere ricercata nel fatto che Gherson e suo fratello Eliezer erano figli di una donna cusita e non potevano essere considerati dei veri ebrei. Erano cresciuti a Madian ed erano personaggi discutibili e ambigui.

Per esempio, ci potremmo chiedere chi fosse il levita che con tanta leggerezza si ferma per giorni interi dal padre della sua concubina a mangiare, bere e far festa e si mette in viaggio soltanto di sera, esponendo la donna  alla violenza di “uomini buoni a nulla”? La donna finisce violentata per tutta la notte e al mattino il levita la trova morta sulla soglia di casa. (Giudici 19 e 20)

Chi era quell’uomo che, preso un coltello, riesce a smembrare il cadavere della sua donna in dodici parti e ne manda una a ciascuna tribù? Chi era quell’uomo in grado di convocare tutto Israele  come un sol uomo a Geova in Mizpa per una vendetta privata? In grado di mobilitare quattrocentomila uomini a piedi? In grado di parlare davanti a tutta una folla di uomini armati per convincerli ad attaccare la tribù di Beniamino fino quasi a un totale, completo sterminio? Di distruggere l’intera città di Iabes-Galaad perché nessuno dei suoi abitanti era venuto a Mizpa?Quest’uomo investito di amplissimo potere non era altri che Gherson, “un sommo sacerdote”, primogenito di Mosè, un uomo sanguinario, capace di azioni riprovevoli e sconvolgenti.

Certamente i  figli di Mosè non furono mai un esempio edificante. Difficile anche solo evocarne il nome senza finire per screditare la figura di Mosè, loro padre. Per questo le Scritture quando parlano di loro preferiscono stendere un pietoso velo sulla loro vera identità e non rivelare completamente chi essi siano e di chi siano figli.

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