I figli di Mosè, figli balordi

Articolo N. 95

C’è un argomento che va subito trattato. Questo per poter avviare una valida discussione sulle credenziali  di cui Gesù disponeva per diventare sommo sacerdote nel tempio giudaico e re sul trono del mondo. Così ci potremo finalmente addentrare nei “particolari della sua generazione”, tanto per usare le intriganti, curiose parole di Isaia 53:8. Si tratta cioè di dettagli di cui poco si parla e che sono generalmente ignorati anche da chi la Bibbia la studia  e ha quindi un certo grado di conoscenza. Si tratta perciò di arrivare a capire la distinzione tra le linee sacerdotali di Abiatar e di Zadoc, i due sommi sacerdoti operanti al tempo di Davide. Questa è una storia piuttosto intricata.

Per districare questo argomento  bisogna partire da quella che fu la famiglia di Mosè. E non intendo riferirmi alla famiglia di origine, ai suoi genitori naturali o adottivi, ma parlare dei suoi figli e dei suoi discendenti. Le Scritture non ne parlano molto, ma lui effettivamente ebbe una moglie, Zippora, che gli diede due figli, Gherson ed Eliezer. Questi due uomini dove sono finiti? Sembrano quasi inghiottiti nel nulla.

Normalmente, alla morte di un capofamiglia, i figli provvedono ai suoi funerali. Ma, stranamente, alla morte di un condottiero del calibro di  Mosè non si presenta nessuno. O almeno, la Bibbia non ne parla. Anzi,  la famiglia di Mosè negli ultimi tre libri del Pentateuco sembra completamente sparita. (Esodo 2:22; 4:24) Si tratta di uno strano  silenzio, vista l’importanza che normalmente si attribuisce alla famiglia di un capo. E di certo Mosè non fu un capo qualsiasi. Sembrerebbe invece che quella famiglia sia stata cancellata dalla storia, come se su di loro fosse da subito calato il silenzio, una forma di completa censura.

Eppure dopo la morte di Mosè, il ruolo dei suoi figli avrebbe dovuto diventare rilevante,  la loro famiglia acquistare un prestigio del tutto particolare. Ma, a giudicare dalle apparenze, questo non accadde. Se andiamo a leggere i sei lunghi e dettagliati capitoli del libro di Giosuè (dal capitolo 14 al 19) quando si narra della  spartizione  della Palestina tra le varie tribù, lì della famiglia di Mosè non si fa il minimo cenno. Tutte le famiglie, anche le più modeste, ricevono il loro pezzo di terra la cui posizione geografica viene accuratamente annotata in pagine e pagine di sacro testo. Tuttavia i  figli di Mosè non sono nominati, nemmeno di sfuggita. Al momento della divisione delle parti accanto a Giosuè compare però Eleazaro. Il testo parla di lui come di un sacerdote, e mai come sommo sacerdote.

A un certo punto il racconto dice qualcosa di molto interessante: “Poiché i leviti non hanno parte in mezzo a voi, poiché il sacerdozio di Geova è la loro eredità.” Loro, Aronne e i suoi figli, erano stati unti e consacrati con una speciale, solenne cerimonia di insediamento per servire come “sacerdoti” nel tabernacolo a Silo. L’espressione sommo sacerdote non compare in questi capitoli di Esodo 28-29 ma piuttosto in Levitico 21:10 e a proposito di regole matrimoniali e di purezza. Non viene applicata direttamente ad una specifica persona.  Perciò anche i figli di Mosè erano leviti e anche a loro era riservata una funzione sacerdotale. Per questo non era stata riservata loro alcuna proprietà terriera.

Tutti i figli di Mosè e di Aronne avrebbero dovuto servire a Silo, il luogo dove stava il tabernacolo. Questo posto si trovava nel territorio montagnoso di Efraim, in posizione centrale rispetto ai territori conquistati. Lì fu collocata l’arca dell’alleanza. Questo luogo perciò svolse, almeno fino a Davide, un ruolo simile a quello rivestito più tardi da Gerusalemme. Lì un pò di tempo dopo presiedeva un sacerdote di nome Eli che aveva dei figli non proprio esemplari. Di Eli le Scritture dicono che aveva giudicato Israele per quarant’anni, ma non dicono mai che fosse sommo sacerdote. (1Sam 4:18)

Tuttavia, prima di arrivare a parlare dei figli di Eli, bisognerebbe considerare due strani capitoli di Giudici, il 17 e il 18. Lì si parla di un certo innominato levita che parte da Betlemme in cerca di un’occupazione, di “un posto”, e finisce assoldato da Mica che lo assume come suo particolare sacerdote di famiglia. Alla fine, in occasione di una incursione dei Daniti, lo stesso innominato personaggio diventa sacerdote dei Daniti. Finirà per svolgere il suo ruolo in un santuario di nuova fondazione, alternativo a quello ufficiale di Silo. Questo santuario di Dan, come dicono le Scritture, rimase in piedi “per tutti i giorni che la casa del vero Dio restò a Silo”.

Sarà solo alla fine del racconto, agli ultimi versetti del capitolo 18, che finiremo per scoprire il vero nome di questo personaggio fuori dalle righe. Si trattava di un certo Gionatan, figlio di Gherson che era a sua volta figlio nientedimeno che di Mosè. Il racconto a questo punto dice: “Quindi edificarono la città e presero a dimorarvi. Per di più diedero alla città il nome di Dan…Dopo ciò i figli di Dan si eressero l’immagine scolpita e Gionatan, figlio di Gherson, figlio di Mosè, lui e i suoi figli divennero sacerdoti della tribù dei Daniti fino al giorno che il paese fu portato in esilio. E tennero eretta per sè l’immagine scolpita di Mica, che egli aveva fatto, per tutti i giorni che la casa del vero Dio restò a Silo.”

Qui dunque arriviamo a capire, proprio alla fine della storia, che questo sacerdote idolatrico era addirittura il nipote di Mosè. Egli si era creato il suo proprio sacerdozio particolare stabilendosi  proprio lì dove, dopo la morte di Salomone, Geroboamo  finirà per erigere uno dei  centri idolatrici per l’adorazione dei vitelli. Il nipote di Mosè stava cioè creando un significativo precedente e ponendo le basi per dei successivi, importanti sviluppi.

Quindi, fin da subito, ci furono in Israele due santuari, uno a Silo e l’altro a Dan. Ma la domanda che ci poniamo è questa: quale linea dinastica svolgeva il ruolo di sommo sacerdote a Silo? Ed è su questo intrigante argomento che riprenderemo il discorso in un prossimo articolo.

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