Giuseppe, un falegname?

Articolo N. 91

E’ vero, tutti credono che lui che fosse un umile artigiano, tuttavia egli era il figlio del Patriarca di Gerusalemme, Giacobbe figlio di  Mattan, e di una principessa/regina egiziana. Questo comune modo di ridimensionare la figura di Giuseppe dipende anche dalla cattiva traduzione che si è mantenuta nel corso del tempo del termine greco tékton, normalmente reso con falegname ma che, tra una serie di varianti, potrebbe perfino e più accuratamente essere reso con la parola “studioso”.

Nonostante sia presentato nelle Scritture come un uomo poco appariscente, Giuseppe era un principe di stirpe reale, primogenito tra i suoi fratelli, uno a cui poteva  toccare in prima persona il  privilegio di vedere “la consolazione d’Israele” e ” il mezzo di salvezza preparato alla vista di tutti i popoli” (Luca 2:25-31). Vediamo di capire perché. Il nome di suo padre è l’ultimo nella genealogia scritta da Matteo, una lista di personaggi da cui, in uscita, doveva arrivare il Messia. Lì si legge: “Mattan generò Giacobbe; Giacobbe generò Giuseppe, il marito di Maria, dalla quale nacque Gesù, che è chiamato Cristo.” Mt 1:15-16

Quell’ultimo nome in elenco avrebbe indicato proprio lui, Giuseppe, il figlio di quel Giacobbe che era stato Patriarca di Gerusalemme. Quello di Patriarca era una sorta di titolo onorifico che veniva riconosciuto, in epoca tarda, all’ultimo discendente legittimo sulla linea regale di Davide. Ma  dietro a quel titolo c’era ben poca sostanza. Ben saldo al potere c’era un altro re, Erode, un governante oltremodo sospettoso e crudele.

Dalle Scritture, a proposito di quest’uomo, Giuseppe, sappiamo abbastanza poco. L’angelo  che per la prima volta gli parla del  figlio che sta per nascere a breve, si rivolge a lui con queste parole: “Giuseppe, figlio di Davide”, titolo regale. Egli era una persona compassionevole che venendo a sapere della gravidanza della fidanzata e sapendo che quel figlio non poteva essere suo, aveva pensato di divorziare segretamente da lei per non farne un pubblico scandalo. Egli sapeva che una donna accusata di adulterio veniva a trovarsi in una situazione delicata, così pensava di non esporla alla vergogna  e di non mettere a repentaglio la sua vita.

Era anche un uomo di fede e non appena l’angelo gli diede l’ordine di prendere Maria a casa sua, egli obbedì prontamente, senza porre ulteriori domande. Di lì in poi trattò sempre il bambino come suo figlio, tant’è che la gente diceva: “Non è questo il figlio di Giuseppe?” (Mt 13:55)

Per andare un po’ oltre sulla sua identificazione lavorativa,  la parola tékton in aramaico è naggar, termine che si presenta molto duttile con una notevole estensione di significati che vanno dal semplice artigiano, all’artista, all’architetto o, nell’uso colloquiale, allo studioso. Giuseppe fu probabilmente molto più di una figura di carpentiere o falegname. Di certo quest’idea di Giuseppe nelle vesti di studioso sarebbe perfino più in armonia con l’immagine di Gesù dodicenne nel tempio, in mezzo ai dottori della legge, quando tutti si stupivano del suo intendimento e delle  sue risposte. (Lc 2:46-47) Al di là del talento naturale del ragazzo, Giuseppe dovette esercitare sul giovane Messia una straordinaria influenza. Dovette essere un vero padre pur non essendo lui il padre biologico.

Giuseppe era nato in una famiglia che il re Erode Antipa guardava, a dir poco, con livore e sospetto. Per questo Giacobbe, il padre di Giuseppe, insieme a diversi altri, uomini e donne di spicco della casa di Davide, fu fatto uccidere nel 23 a.C.. Giacobbe si era sposato in ambito egizio, con una principessa della discendenza dei Tolomei. Sta di fatto che quando più tardi dovette fuggire da Bethlem, Giuseppe prese la via dell’Egitto, dove avrebbe potuto trovare rifugio e protezione tra le parentele e le conoscenze di famiglia.

Giuseppe non era un principe qualsiasi ma avrebbe potuto addirittura rivendicare i troni di Roma e d’Egitto. Nel 32 a.C. Erode aveva nominato suo padre Patriarca della città. Questo titolo era un modo per segnare il fatto che loro erano i “figli di Davide”, una discendenza a cui prestare attenzione. Si, perché erano proprio loro i legittimi pretendenti al trono di Giuda. Non a caso, al processo del Cristo, la domanda che più spesso ricorre fu proprio questa: “Sei tu il re dei Giudei?” E non era una domanda da poco. Ebbe invece un peso enorme.

Alla morte di suo padre Giacobbe, Giuseppe rimase solo. Sicuramente era consapevole della minaccia incombente su di lui, perché Erode aveva appena fatto uccidere il Patriarca. Li considerava tutti quanti una minaccia. Secondo la Torah e i profeti, questi principi davidici erano i veri pretendenti al trono d’Israele e quindi effettivi e potenziali rivali della stirpe di Erode. Sarà questo il motivo per cui, non appena verrà a sapere della nascita del Messia, Erode farà sterminare molti bambini nei dintorni di Gerusalemme. Ancora, dopo questo orrendo massacro, un altro Erode, Archelao, fece uccidere uno dei fratelli di Giuseppe, un certo Ptolas, che morì un po’ dopo . Sta di fatto che dovendo fuggire per tutti questi fondatissimi motivi, Giuseppe dovette prendere la via dell’Egitto.

Perciò egli non fece tentativi per rivendicare i suoi titoli di Principe d’Israele e nemmeno di Patriarca di Gerusalemme. Se ne guardò bene. Preferiva condurre una vita semplice e oscura, fuori dal chiasso del mondo. Solo in seguito Giuseppe conobbe Maria, quando lei era ancora giovinetta ma già privata di entrambi i genitori. Erode aveva fatto uccidere pure loro. Tutti i famigliari e gli antenati di Gesù furono perseguitati dai romani come rivali dei Cesari per il trono del mondo. Essi furono oppressi, spogliati, perseguitati e uccisi per generazioni, sia sotto i Maccabei che sotto gli Erodiani.

Alla fine Erode Antipa, sicuro di averli sterminati tutti, doveva aver perso le loro tracce, visto che al momento della visita dei Magi dovette ricuperare le informazioni chiamando i capi sacerdoti e gli scribi a raccolta per farsi spiegare. Come dicono le scritture, Erode e tutta Gerusalemme cominciarono ad agitarsi. (Mt 2:1-12)

Essere all’altezza della situazione, cioè rendersi responsabile di fronte all’Altissimo dell’educazione di Gesù, richiedeva esperienza e notevoli capacità, un compito non facile per un giovanotto. Geova però fece in modo di avere l’uomo adatto al momento opportuno, uno che seppe proteggere ed educare suo Figlio in un tempo così delicato e molto pericoloso.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...