Diaspora Romana dopo il 70 d.C.

Articolo N. 85

Quando nel  70 d.C. la città venne distrutta per mano di Tito, allora generale agli ordini di Vespasiano, le 24 divisioni sacerdotali che avevano fin lì esercitato il sacerdozio nel tempio di Gerusalemme persero quel loro speciale privilegio. Le famiglie sacerdotali ne uscirono decimate ma non scomparvero del tutto. Un gruppo piuttosto compatto di diverse famiglie venne risparmiato perchè avevano collaborato con Roma consegnando il tesoro del tempio allo stesso Vespasiano.  Naturalmente gli altri ebrei che, come loro, erano stati deportati nella capitale, ma in situazione di grande svantaggio, dovettero guardarli con sospetto. Perciò quella orgogliosa classe sacerdotale dovette avvertire la necessità di sottrarsi allo sguardo indiscreto degli altri comuni frequentatori in sinagoga.

Erano famiglie legate tra di loro da stretti vincoli di parentela e possedevano notevoli mezzi economici. Infatti, grazie a quel loro “gesto di buona volontà” erano state ampiamente reintegrate dei loro beni da Vespasiano. Erano addirittura molto più ricche di prima avendo usufruito, in aggiunta, di cospicue  elargizioni. Godevano di un’ampia protezione  politica, così com’era accaduto allo stesso Giuseppe quando era stato adottato “ufficialmente” come membro della famiglia dell’imperatore, acquisendo il prestigioso nome di Flavio. In realtà Giuseppe era per nascita uno dei Flavi essendo sua madre una tale Flavia Arria Sabina, nella stessa linea di discendenza di Vespasiano.

Proviamo a scavare un po’ più indietro nel passato di questa imperiale famiglia, i Flavi.  Erano di quelle gentes che nella prima metà del I° secolo venivano rapidamente sostituendo la più antica aristocrazia romana. Non erano neppure di nobili origini, almeno secondo Wikipedia e simili fonti, ma erano riusciti, nel giro di appena tre generazioni, a salire all’onore della posizione imperiale. Augusto aveva modificato le regole che specificavano come un individuo potesse entrare a far parte della classe senatoriale. Un senatore doveva essere un cittadino di nascita libera con un reddito minimo di un milione di sesterzi. A Roma diversi dei pubblicani e dei prestatori di danaro, che in un recente passato si erano enormemente arricchiti, furono in grado di entrare a far parte delle elite senatoriali. Erano i cosiddetti homines novi.  

Il bisnonno paterno di Tito, dopo essere stato centurione nell’esercito di Pompeo, era diventato esattore delle tasse. (Svetonio, Vite dei Cesari, Vespasiano, I ) Dopo di lui anche il nonno, Tito Flavio Sabino, che secondo alcune congetture sarebbe stato il Teofilo a cui Luca indirizzava il Vangelo (Luca 1:2) e gli Atti degli apostoli (Atti 1:1), era diventato un ricco esattore di tasse e in Helvetia un prestatore ad usura.

Infatti nelle province romane l’esazione fiscale veniva data in appalto (in genere per un quinquennio) a società di pubblicani appartenenti alla classe equense, la classe dei cavalieri. Questo diede luogo a molti abusi a cui fecero seguito numerose controversie. Ora, come abbiamo più volte notato, i pubblicani e gli usurai procedevano dagli ebrei.

Di conseguenza possiamo credere che la gens Flavia avesse antiche origini semite. Normalmente i Romani preferivano mandare in Palestina dei governatori provenienti dalla Siria o dalle file di quegli ebrei romanizzati  i quali conoscevano bene la cultura, le usanze e le tradizioni religiose del posto. Anche quel Cestio Gallo che, dopo aver attaccato Gerusalemme nel 66 a.C. si era insperatamente ritirato, era stato governatore romano della Siria.

Ritorniamo dunque a Tito Flavio Vespasiano che a metà di agosto del 70 piomba sulla Giudea e mette a ferro e fuoco Gerusalemme. Perchè un trattamento così duro? Di dove nasce tanto odio tra Roma e Gerusalemme? Perchè uno scontro di civiltà così virulento? Cosa covava lì sotto? Difficile rispondere in modo netto, ma alcune sfumature importanti andrebbero approfondite. Soprattutto andrebbero meglio studiati gli stretti rapporti e le relazioni di parentela tra le più influenti famiglie delle elite romane ed ebraiche. Erano relazioni di cui in tutto il mondo antico non erano mai esistite le uguali.

Le famiglie sacerdotali arrivate a Roma dopo la rovina di Gerusalemme facevano parte di una struttura organizzativa ben collaudata con capacità di comando e di leadership millenarie. Impossibile per gente di quel genere scomparire nel nulla. Ma decisero di diventare invisibili e cambiarono strategia, alla chetichella, senza farsi notare. Dopo l’arrivo a Roma degli ebrei come deportati  o come schiavi, l’unico personaggio ebraico di spicco di cui ufficialmente non si perse la traccia fu Giuseppe Flavio. Che ne fu degli altri appartenenti alla potente casta sacerdotale?

Essi si infiltrarono tra le file dei Cristiani con la mira di spiarli e corromperne la purezza dottrinale. Gesù l’aveva predetto che ne sarebbe venuta molta zizzania. Nella lettera ai Galati (scritta probabilmente tra il 51-52) Paolo smaschera alcuni dei falsi fratelli, i cosiddetti giudaizzanti pro-circoncisione, che si introducono quietamente e si insinuano per spiare la libertà dei cristiani, per renderli completamente schiavi. Egli scrive con rammarico di “quelli che sembravano essere qualcosa” ma sottolinea “qualunque sorta di uomini fossero una volta non ha importanza per me, Dio non bada all’aspetto esteriore dell’uomo – a me in realtà quegli uomini preminenti non impartirono nulla di nuovo.” (Galati 2:4-6)

A chi si stava riferendo Paolo? Sicuramente a dei giudei, individui che sembravano essere importanti, che erano stati un tempo classe dirigente a Gerusalemme ma che, dopo la morte del Cristo, minacciavano l’integrità e la libertà della giovane congregazione.

Dunque queste famiglie cominciarono ad assumere  la direttiva in molte congregazioni romane, introducendo gradualmente il mitraismo e l’adorazione pagana all’interno e spianando la via all’avvento di Costantino, anch’egli uno dei Flavi, che all’inizio del lll° secolo avrebbe portato il cristianesimo a diventare la religione ufficiale dell’impero.

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