La diaspora a Roma

Articolo N. 79

Il mio obiettivo è quello di comprendere come alcune famiglie di ceppo ebraico hanno potuto nel corso del tempo consolidare il loro potere in tutto il mondo e mantenerlo saldamente nelle loro mani fino ad oggi. Cercando di capire di più sulle vicende di questo popolo nel mondo romano, vicende che spesso i libri di storia preferiscono lasciare nell’ombra, scrivo questo articolo  in cui riassumo e commento alcune informazioni tratte da un libro  di Riccardo Calimani intitolato ” Storia degli ebrei di Roma. Dall’antichità al XX secolo”.

Ciò che mi preme dire è che i romani ebbero grandi contatti con li giudii fin dagli albori della loro storia e che ne subirono non solo l’influenza ma perfino la direttiva culturale, politica e religiosa. Molto della storia romana è segretamente legato al mondo giudaico anche se gli ebrei preferiscono rimanere nell’ombra, cellule fantasma in grado di muoversi più facilmente quanto più si riesca a mantenere l’anonimato.   

Cominciamo a parlare di rapporti ufficiali. Roma e Gerusalemme cominciarono ad avere le prime relazioni storicamente tracciabili tra il 161 e il 165, al tempo dei Maccabei. Probabilmente già intorno al 100 a.C. romani e giudei strinsero un patto e si giurarono reciproco sostegno e alleanza. Gli ebrei furono il primo popolo orientale a stipulare un’alleanza diplomatica con Roma. Di lì in poi un clima a loro particolarmente favorevole favorì la migrazione di numerosi di loro verso la capitale.

Erano già dispersi in tutta l’area del Mediterraneo, in Europa e nelle Isole Britanniche, nei paesi dell’Europa orientale e nell’Asia occidentale e Minore. Strabone, storico greco vissuto circa tra il 64 a.C. e il 20 d.C. , scrisse: “Gli ebrei sono penetrati in tutti gli stati e non è facile trovare nel mondo intero un solo angolo che non abbia accolto questa gente e dove essa non sia entrata dominatrice.”

Molti ebrei, come Paolo di Tarso, avevano acquistato l’ambito diritto della cittadinanza romana, a volte per concessione dei governatori, a volte pagando la notevole somma di 500 dracme richiesta, altre volte perché servi liberati da cittadini romani.

Lo storico H. Graetz scrive che molti ebrei si erano già stabiliti a Roma prima dell’intervento di Pompeo a Gerusalemme (63 a.C.) per motivi commerciali, e che non vi erano venuti come prigionieri ma come commercianti che trattavano con la nobiltà romana per l’approvigionamento del grano e l’appalto delle tasse. Si trattava di una diaspora volontaria, conseguenza di scelte individuali e di lucro. Solo dopo le vittorie militari di Pompeo arrivarono a Roma molti schiavi ebrei che furono successivamente riscattati dai loro correligionari.

Gli imperatori, pur con alcuni momenti di ripensamento, furono generalmente loro favorevoli. Augusto manifestò la sua sensibilità dove nessuno se lo sarebbe aspettato, arrivando perfino a chiamare in una qualche occasione il Dio degli ebrei l’Altissimo. L’imperatore Claudio aveva stretti legami di parentela con la famiglia reale che governava in Giudea e in Samaria. Secondo Giuseppe Flavio egli inaugurò la sua ascesa al trono con un editto di tolleranza in cui dichiarava che gli ebrei di tutto l’impero potevano praticare il loro culto e seguire le loro leggi.

Una nota di riguardo merita la difesa degli ebrei esercitata con la Legatio ad Caium da parte di Filone di Alessandria. Quando Tiberio succedette a Caligola , Filone si recò al suo cospetto per perorare la causa degli ebrei di Alessandria, che si erano opposti alla collocazione  di una statua dell’imperatore  all’interno della loro sinagoga.

Filone, che viveva in una grande citta cosmopolita, Alessandria d’Egitto, sapeva bene che la religione ebraica era divenuta una religione lecita in tutto l’impero e che nemmeno le guerre giudaico romane con la distruzione di Gerusalemme nel 70 avevano incrinato l’atmosfera di diffusa libertà religiosa di cui godeva quel popolo. Quando egli si recò a Roma per difendere davanti a Tiberio, dopo l’assassinio di Caligola, la causa degli ebrei con la sua Legatio ad Caium, fu il primo a sottolineare questa condizione particolarmente favorevole.

Riferendosi ad Augusto egli scrisse che il principe “teneva in tale stima la nostra religione che pressocchè tutta la sua casa abbellì il nostro tempio con preziosi donativi. Inoltre comandò che tutti i giorni senza eccezione, e, a sue spese, si facessero sacrifici di animali in onore del Dio supremo, i quali sacrifici si fanno tuttora e si faranno ancora, a prova degli autentici sentimenti imperiali. Nella nostra stessa patria non è mai avvenuto che Augusto decurtasse a danno degli ebrei le usuali contribuzioni mensili di danaro o grano alla popolazione comune. Si aggiunga, poi, che quando tali distribuzioni avvenivano di sabato (…) coloro che erano preposti a tale liberalità di amore umanitario ebbero l’ordine di rimandare a domani la distribuzione a favore degli ebrei.”

Lo storico Paul Veyne ha scritto: “Il proselitismo ebraico aveva riscosso un grande successo nell’impero pagano. I convertiti (…) affollavano le numerose sinagoghe (…) Alla fine del IV secolo l’attrattiva del giudaismo era talmente forte che San Giovanni Crisostomo doveva ricorrere a tutta la sua eloquenza  per impedire ai cristiani di prendere parte alle feste ebraiche.”

Anche l’imperatore Claudio Flavio Giuliano conosciuto come Giuliano l’Apostata, (361-363) nipote di Costantino il Grande, compì atti concreti a favore degli ebrei. Cercando di opporsi alla nuova religione resa forte e bene accetta da Costantino, egli incoraggiava il dissenso tra i cristiani che ormai erano alle prese con il problema ariano. Ma su questa fondamentale questione ritorneremo in un successivo articolo.

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