Delitti rituali

Articolo N. 73

Nel corso dei secoli gli ebrei furono ripetutamente accusati di perpetrare orrendi delitti a scopo sacrificale. In seguito ad indagini si scopriva per lo più che la realtà dei fatti era proprio quella di cui si sospettava. Oggi, come nel passato qualcosa di simile continua ad accadere. Avvengono continuamente fattacci di cui i mass-media in generale e le trasmissioni televisive nello specifico continuano a discutere per anni, ripetendo sempre le stesse cose, come se fossero informazioni indispensabili da imprimere bene nella mente degli ascoltatori.

Si tratta di delitti non ordinari, cioè scatenati da moventi difficilmente comprensibili per una mente normale, di casi intricatissimi come quello del Mostro di Firenze o delle Bestie di Satana, inquietanti sequenze di omicidi rituali. Sono anche delitti in cui si verificano strane coincidenze, in cui si palesano concatenazioni altamente simboliche. E’ come se fossero stati voluti da qualcuno che crede davvero che la ritualità del delitto possa produrre effetti concreti. Come se ci fosse uno schermo su cui proiettare indicibili desideri. Un do ut des, un dare per ricevere. Si tratta di sacrifici umani a scopo propiziatorio in cui entrano tutti i peggiori ingredienti: occultismo, massoneria deviata, pedofilia, perversione e quant’altro.

Succede anche che vengano accusati personaggi del tutto innocenti e che gli esecutori e mandanti delle azioni delittuose accertate rimangano a piede libero. A volte è successo che alcuni dei famosi serial-killer fossero stati avvicinati da persone facoltose che si erano dichiarate “interessate alla loro attività”. Nelle alte sfere del potere infatti, insospettabilmente, ci si dedica con attenzione all’occultismo e alla divinazione, proprio quella magia ridicolizzata dai media.

A studiare la sequenza dei delitti rituali eseguiti nel corso della storia, risalendo sempre più indietro nel tempo, a volte gli storici si imbattono nel sacrificio della figlia di Iefte. Il libro dei Giudici, incluso nelle Scritture, narra di come “lo spirito di Geova venne su Iefte” e di come egli passasse a combattere i figli di Ammon. (Giudici 11:29) Era successo giusto allora, come del resto accadeva spesso, che i figli d’Israele avevano di nuovo fatto ciò che era male agli occhi di Geova, servito i Baal e le immagini di Astoret,  gli dei di Siria, di Sidone, di Moab etc. etc., e che Geova nella sua ira li aveva venduti in mano ai loro tanti nemici. (Giudici 10:6-7) Per 18 anni avevano subito la dura oppressione degli Ammoniti, dopo di che si erano rivolti a Geova rimuovendo gli dei stranieri di mezzo a loro. Allora il popolo e i principi di Galaad avevano cominciato a chiedersi chi fosse l’uomo capace di prendere la direttiva contro Ammon.

Iefte il Galaadita era già divenuto “un potente uomo di valore”. Era un figlio di Galaad, suo padre, e di una prostituta, cresciuto nella casa insieme a un certo numero di figli legittimi, che non appena cresciuti lo avevano cacciato via. Dopo la cacciata si erano raccolti intorno a Iefte  uomini sfaccendati che uscivano con lui a fare razzie. Quando la notizia delle loro prodezze cominciava a diffondersi, gli anziani di Galaad, anche i fratelli di Iefte, andavano da lui a invitarlo a diventare il loro capo.

Dopo che Iefte fu investito del potere di giudice e di capo, fece a Geova un voto. Gli disse: “Se senza fallo mi dai in mano i figli di Ammon, deve anche accadere che chi mi esce incontro dalle porte della mia casa quando torno in pace dai figli di Ammon, deve anche divenire di Geova, e/o io lo devo offrire come un olocausto.” Naturalmente Iefte ottenne successo con una grandissima strage. Infine tornò a casa e “sua figlia gli usciva incontro col tamburello suonando e danzando.”

E qui si apre il dramma, un dramma che si sviluppa in una famiglia fatta di personaggi non comuni, di granito, dotati cioè di un carattere eccezionale. Ci si potrebbero qui porre un sacco di domande, tutte abbastanza pesanti e apparentemente di difficile risposta.

Intanto il testo non è privo di certe ambiguità che rendono difficile una immediata interpretazione dei fatti, sul modo di intendere il vero senso del voto, se fosse un sacrificio cruento o semplicemente la dedicazione di una persona al servizio del tempio.

Nel caso si volesse intendere nel senso di un letterale sacrificio in olocausto, Iefte avrebbe aperto sconsideratamente la bocca facendo un voto contrario a tutte le regole. Come leggono le Scritture, lo spirito di Geova era venuto su di lui a dargli la forza di combattere contro Ammon. Dunque l’incarico ufficiale ce l’aveva, sia dagli uomini che da Dio. Perciò non avrebbe avuto alcuna necessità di fare quel voto. Doveva semplicemente avere fiducia nell’aiuto divino. Ma a quanto pare no, lui si impegnava con un voto solenne. Giammai avrebbe pensato di dover sacrificare la sua unica figlia. Questa ipotesi non l’aveva calcolata. Niente del genere poteva accadere. Eppure accadde. Del resto con che autorità avrebbe potuto sacrificare un estraneo alla sua famiglia? A meno che avesse pensato di donare al tempio uno schiavo della casa. O nel caso di un estraneo pensasse di poterlo riscattare con del danaro. Queste ipotesi renderebbero tutto più facile.

Un voto è considerato nelle scritture un fatto di grande importanza, ma c’erano voti da cui uno poteva venire esonerato. (Deuteronomio 23:21; Numeri 30) Per esempio se una donna faceva un voto non accetto a suo marito o a suo padre, quel voto poteva essere annullato. Dunque un voto sconsiderato avrebbe potuto essere annullato? Probabilmente sì.

In ogni caso la figlia di Iefte è un superbo esempio di sottomissione e di fede. Non sarebbe stato il suo pieno diritto, quello di opporsi alla volontà del padre? E invece no. Lei gli dice solo: “Padre, se hai aperto la bocca a Geova, fammi secondo ciò che è uscito dalla tua bocca, giacchè Geova ha eseguito per te atti di vendetta sui tuoi nemici, i figli di Ammon.” Poi gli chiede un periodo di due mesi per stare in compagnia delle sue amiche e piangere sui monti la sua verginità. Alla fine di due mesi suo padre adempie il voto che aveva fatto verso di lei.

A questo punto il racconto può essere meglio compreso. Non c’era nulla che Geova avesse chiesto a Iefte, se non di occuparsi delle questioni di guerra. Supponendo l’ipotesi dell’olocausto, Iefte avrebbe aperto la bocca per un voto improponibile. Perciò, anche dopo l’avvenuta promessa, avrebbe potuto chiedere a Geova perdono piuttosto che macchiarsi di un simile abuso. In ogni caso la legge mosaica poteva permettere un riscatto in danaro. Vedi Levitico 27 da 1 a 8.

Alcuni, quando leggono questo racconto biblico se la prendono con Dio. Ma in tutto questo Geova può essere accusato di cosa? Si sarebbe piuttosto trattato di un errore, un grande peccato commesso da un uomo verso di lui. Lui, Geova, che sempre aveva condannato i sacrifici umani offerti ai Baal. (Lev. 18:21; 20:2-5; Deut. 12:31 Ger. 7:31)

In ogni caso non vorremmo valutare un uomo semplicemente prendendo in considerazione i suoi lati deboli. Ancora l’apostolo Paolo menzionerà Iefte nella sua lettera agli Ebrei. Al capitolo 11:32-34 egli è citato come un esempio di fede, come uno che da uno stato debole fu reso potente, che fu valoroso in guerra e mise in fuga eserciti di stranieri. Era un uomo che temeva il vero Dio. Ma come tutti noi, anche i grandi uomini hanno i loro momenti di paura e scoraggiamento e forse fu in un momento del genere che Iefte fece quel suo voto magari un po’ sconsiderato. In ogni caso Paolo lo include in una lista di grandi personaggi di fede.

Perciò i Testimoni di Geova cercano di addolcire il racconto biblico spiegando che il trattamento riservato alla ragazza non era un sacrificio cruento ma che la giovinetta veniva semplicemente portata a servire al tabernacolo a Silo con il divieto perpetuo di avere un marito e dei figli. Può darsi che abbiano ragione.

Proviamo a rileggere Giudici 11:30-31 dove leggiamo che Iefte promette riguardo all’essere vivente che gli si fosse presentato davanti per primo sulla porta di casa uomo o animale : “deve anche divenire di Geova e/o io lo devo offrire come un olocausto”. Quello che va sottolineato è che la lettera ebraica “vau” può essere tradotta “o” invece di “e”, cioè può assumere un valore disgiuntivo.

Perciò il voto di Iesse poteva essere diviso in due parti, una alternativa all’altra: egli avrebbe dedicato a Geova una persona (in accordo con Levitico 27) o, nel caso di un animale, l’avrebbe offerto come olocausto. (Iefte veramente sacrificò sua figlia? Un analisi di Giudici 11:31 www.christianarticles.it)

Per una trattazione specifica si veda anche l’articolo: Iefte sacrificò davvero sua figlia? www.biblistica.it che prende in considerazione l’altra ipotesi, quella del sacrificio cruento, peraltro ripugnante dal punto di vista della legge divina.

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