Galileo Galilei e la Galizia

Articolo N. 70

Di Galileo si dice sia stato una pietra miliare, uno degli iniziatori dell’epoca scientifica moderna. Ma non fu tanto il tipo dello studioso solitario che nei meandri di una mente poco comune esplora un modo di pensare nuovo di zecca. Fu piuttosto il divulgatore di una teoria già ben sviluppata e conosciuta. C’è chi continua a credere che la dottrina eliocentrica  sia una elaborazione tutta galileiana, ma non è così. Fin dall’antichità ci fu chi provava a suggerire l’ipotesi eliocentrica. Platone ne fu uno dei sostenitori e non certamente il primo. Comunque da Copernico a Galileo intercorrono circa 90 anni, poco meno di un secolo. All’epoca di Galileo Copernico era defunto e il nuovo sistema era già tutto pronto nel cassetto.

Copernico era vissuto in Polonia tra il 1473 e il 1543. In quelle zone era c’era stato anche il padre di Galileo, Vincenzo,  come musicista e liutaio alla corte dei Radziwill, principi giudei della Lituania. La musica per liuto era lì di gran moda. Tant’è che dopo la morte del padre musicista, quando Michelagnolo, fratello minore di Galileo, anche lui liutaio e compositore, si trova a dover cercare lavoro, Galileo lo sistema prontamente a casa Radziwill.  Ma non sarà semplice combinazione che quella regione si chiami Galizia. Perché qui si apre una bella parentesi e ci possiamo chiedere che tipo di rapporti intercorressero tra la famiglia dei Radziwill e i Galilei.

Come tutti sanno, gli ebrei furono da sempre un popolo di nomadi. Fin dall’inizio quando Abramo uscì da Ur su comando divino, Geova gli aveva espressamente dato comando: “Esci dal tuo paese e dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre e vai al paese che io ti mostrerò”. Gen 12:1-3  E lui era uscito fissando un modello.

 Noi non sappiamo perchè la famiglia Bonaiuti a un certo punto scelse di farsi chiamare Galilei, ma molti cognomi ebraici sono di tipo geografico e mantengono tracce del percorso storico della famiglia. Noteremo subito che molti toponimi europei hanno a che fare con la Galilea, la zona di provenienza di molti giudei, a nord della Palestina. Per esempio la Gallia francese e la Galizia, turca, spagnola e lituana. Anche il Galles nel sud dell’isola Britannica. Sarebbe interessante notare il collegamento di queste denominazioni geografiche con la parola che gli Ebrei usavano per indicare la diaspora, tefutzah o galut. In tutto il medioevo, essendosi evidentemente stabilita una certa associazione del termine ebraico galut con il vocabolo latino gallus per il maschio della gallina, il gallo divenne un simbolo araldico giudaico.

Sfogliando le pagine di un Atlante si trovano molti toponimi che mantengono tracce di antichi insediamenti ebraici. Come Aberdeen in Scozia o le isole Ebridi a nord della Gran Bretagna. Perfino la penisola Iberica, mantiene un nome derivato dai discendenti di Eber.  Tutto questo non dovrebbe stupire dato che truppe giudaiche godettero di grande prestigio fin dai tempi di Alessandro Magno e che i mercanti ebrei avevano da sempre l’abitudine di seguire le legioni romane cercando i modi di lucrare vantaggi. A stretto contatto coi campi di battagli potè svilupparsi all’interno della compagine giudaica l’arte medica. Infatti offrivano le loro competenze a favore dei feriti in battaglia e assistenza medica ai malati.

Gli Ebrei avevano sempre commerciato con i popoli con cui si trovavano a convivere. Seguirono spesso i fenici, loro vicini di casa e con loro facevano affari. Sembra che già in epoche remotissime fossero giunti nell’odierna gran Bretagna dove sfruttavano le miniere di stagno. Si erano organizzati in modo da avere basi di gente fidata dovunque nel mondo. L’ultimo capitolo di Geremia nelle Scritture racconta della distruzione di Gerusalemme e di come Nabucodonosor nel 587 a.C. portasse in esilio i prigionieri, quattromilaseicento anime.

Questa gente a Babilonia si era rifatta una vita e si era arricchita. Settant’anni dopo molti di loro ritornarono a Gerusalemme. Ma non tutti. In questo modo si diffusero su tutta la terra. Quando Paolo di Tarso scrive che la buona notizia in merito al Cristo era stata predicata fino alle estremità della terra abitata diceva la verità. Questo era stato possibile perchè gli ebrei avevano insediamenti ovunque nel mondo antico e Paolo quando viaggiava si dirigeva sempre in primo luogo dai suoi correligionari.

Perfino  Marco Polo, quando raggiunse la Cina, trovò alla corte imperiale i giudei. Perciò non c’è niente di strano nel pensare che i rapporti tra Galileo e i Radziwill fossero stati resi possibili da antiche frequentazioni della famiglia dello scienziato in terre lontane. Anche i Carnesecchi di Firenze erano banchieri e ci sono tracce della loro attività fino in Lituania. Wikipedia alla voce Bernardo Carnesecchi scrive: “Nel periodo 1430-1431 ancora sotto il regime oligarchico degli Albizi ebbe l’incarico di ufficiale per lo Studio Fiorentino e con lui anche Galileo di Giovanni Galilei.”

Lo studio Fiorentino era l’università aperta nel 1348 come Studium Generale . Nel 1446 un Galileo Galilei fu Gonfaloniere di Giustizia della Repubblica fiorentina insieme a Giovanni degli Albizzi. Una figlia di Vieri di Cambio de’ Medici, una certa Lucrezia, si unì in matrimonio con un Bernardo Galilei. Vieri (1323-1395) fondò un articolato sistema bancario su larga scala con filiali in varie città d’Europa e aveva come assistenti alcuni parenti.

I Galilei, come gli Ammannati – la madre di Galileo era Giulia – erano stati banchieri e i loro contatti con principi e case regnanti erano frequenti. Gli Ammannati, in particolare, erano stati titolari in passato di importanti banche reali, cioè erano in grado di prestare danari ai re. Tutto questo ci fa capire di dove arrivasse Galileo, l’influenza che era in grado di esercitare e il genere di protezioni di cui poteva avvalersi.

Vorrei soffermarmi ancora un istante su un piccolo giallo,  un dettaglio, ma non da poco. Sul frontespizio del Dialogo dei Massimi Sistemi figura un simbolo molto particolare. Si tratta di tre delfini sistemati a mo’ di svastica a tre punte, come una triscele. La triscele è presente anche negli stemmi di varie dinastie nobili d’Europa e in particolare nello stemma adottato nel 1413 da Kristinas Astikas, statista lituano (1363-1443). Egli fu la radice della famiglia dei Radziwill. Membri di questa famiglia furono preminenti nell’area della Polonia-Lituania, in Russia e in Germania in quanto principi del Sacro Romano Impero. Di loro si narrava la leggenda di un bambino allevato dai lupi, i rado wiko, che sarebbero la radice etimologica del patronimico. La leggenda parrebbe ricollegare la famiglia, anche a livello di mitologia popolare, al ceppo nobile dei  Welfen di Baviera (i Lupi) da cui tutta la nobiltà europea sarebbe derivata.

Il Santo Ufficio, nella persona di padre Riccardi, Maestro del Sacro Palazzo Apostolico, sollevò riguardo all’emblema del frontespizio del Dialogo del Galilei una grossa questione. Infatti ai suoi occhi i tre delfini vorticavano a turbine come un simbolo sinistro, componendo il numero 666, cifra della bestia dell’Apocalisse. Galilei non si degnò di svelare in prima persona l’arcano. Ma il simbolo della bestia era assolutamente quello più giusto per rappresentare l’eliocentrismo diventato dominante.

A volte basta un simbolo messo al posto giusto per imprimere a tutta l’opera il suo significato. E quel simbolo significa il sole. Il dio sole che come un delfino emerge dal mare.

(Cfr. http://www.effedieffe.com Il “segreto” di Galileo Galilei di Giancarlo Infante   Questo post è particolarmente interessante perché spiega con chiarezza a chi ne fosse interessato quelle che furono le implicazioni filosofiche della rivoluzione copernicana e il significato di quello che viene definito Neoplatonismo Rinascimentale)

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