La riforma protestante e gli ebrei

Articolo N. 66

La famiglia di Lutero dovette essere di antiche origini ebraiche, come pure quella di Calvino. Il padre di Martin Lutero si firmava Luder e  due dei suoi quattro figli hanno nomi giudaici. Una figlia si chiamava Elisabeth e un maschio Jacob. Luther e Lothar, Lotharius e Lotharingia dovrebbero avere un’origine comune derivando da Loth, nipote di Abramo. Gli ebrei di Germania e del sacro romano impero preferirono a lungo identificarsi con Lotir piuttosto che con Asckenaz. Lotir o terra di Lotir era un chiaro riferimento alla Lotaringia, – regnum Lotharii, odierna Lorena – fino al dodicesimo secolo. (v. The Wiley-Blackwell History of Jews and Judaism di Alan T. Levenson. Chapter 11, Jews in Christian Europe. Asckenaz in the Middle Ages – Eva Havekamp)

A Ginevra, modello e archetipo di un nuovo genere di stato, il capo della teocrazia si faceva chiamare Cauin, mentre in Inghilterra veniva conosciuto come Calvin. Il suo nome era dunque in origine Cohen, cognome ebraico per eccellenza.

Lutero era convinto che la nuova versione del cristianesimo riformato, che lui stesso aveva istituito, avrebbe attirato in massa gli ebrei perchè vi avrebbero ritrovato la purezza e il rigore della religione primitiva. Fu il fallimento di questa perfetta utopia che fece cadere il riformatore in una forma di antisemitismo virulento. In ogni caso l’interesse di Lutero per il popolo ebraico è per lo più sconosciuto agli stessi protestanti. Egli riconobbe che i cosiddetti “cristiani” non sono moralmente superiori agli ebrei.

Per l’importanza accordata al “Vecchio Testamento” in continuità coi Vangeli e le sue costanti citazioni dal libro dei salmi, Calvino fu considerato un riformatore di formazione “giudaizzante”. Con il dogma della predestinazione da cui emerge implicita l’idea che solo la grazia divina può produrre la salvezza di un uomo, egli eliminava ogni distinzione tra un cristiano, un giudeo o un incredulo. Egli sapeva che posson essere suscitati degli eletti anche tra i cosiddetti “riprovati”.

Fin tanto che i Giudei continuarono a leggere le Scritture rimasero consapevoli di alcuni dei fondamenti basilari della vera religione. Furono consapevoli dell’unicità del vero Dio in quanto non partecipe di un essere trino, rigettarono l’idolatria delle immagini e delle reliquie, il culto dei santi e il sacrificio della messa. Se fosse stato possibile stabilire una graduatoria del male, gli ebrei non si sarebbero trovati all’ultimo posto. In generale molti cattolici stavano peggio in quanto a superstizione. La loro conoscenza dei sacri testi era assolutamente inferiore a quella di molti ebrei.

I Cattolici sempre accusarono gli ebrei di deicidio. Non Calvino. Dato che la corruzione è insita nella natura umana, egli sostenne che non furono i giudei in quanto giudei ad aver crocifisso il Cristo, ma tutta l’umanità. Questa era la sua opinione, che rispetto agli errori dei giudei, quelli dei papisti erano maggiori. Date queste premesse si poterono ravvisare importanti motivi di confluenza ideologica tra gli ebrei e i riformati. Essi concordavano nel ripudiare l’idolatria, il culto dei santi e l’eucarestia. (A questo proposito si potrà leggere Daniel Vidal, Myriam Yardeni, Huguenots et Juifs, Archives de sciences sociales des religions).

Nei suoi libri Origine ebraica del protestantesimo e L’antisemitismo, storia e cause (1884) Bernard Lazare, esponente di spicco della cultura sionista ebraica tra l’Ottocento e il Novecento, scrive:  “Con il protestantesimo lo spirito ebraico trionfò”.  “La riforma, sia in Germania che in Inghilterra, fu uno di quei momenti in cui il Cristianesimo si ritemprò alle fonti ebraiche…Gran parte delle sette protestanti furono semiebraiche: più tardi dei protestanti predicarono dottrine antitrinitarie. Tra gli altri Michel Servet ed i due Soncino di Siena. Persino in Transilvania l’antitrinitarismo era fiorito nel XVI secolo e Seidelius  aveva sostenuto l’eccellenza dell’ebraismo e del decalogo.”

Come commento personale volto a enfatizzare l’importanza dello studio delle scritture, vorrei ribadire il fatto che non può esistere vera fede a prescindere dalla Bibbia. Questo libro è naturalmente alla base della fede cristiana e senza di essa non si può raggiungere una stretta e profonda relazione con Geova, non lo si può conoscere come persona. Perciò è solo normale che volendolo conoscere e ritornare alla verità delle origini, il credente debba attingere alle Scritture. Chiunque egli sia, cristiano o giudeo.

Vorrei anche concludere questo articolo citando ancora Bernard Lazare.  Giustamente a proposito di uomini come Valdo, Whycliffe, Erasmo, e simili studiosi, egli scrive: “Gli umanisti dell’impero divennero teologi e per essere meglio armati andarono alle fonti: impararono la lingua ebraica, non per una sorta di dilettantismo o per amore della scienza…ma per trovare argomenti contro gli avversari. Nel corso di questi anni che preannunciano la riforma, l’ebreo divenne educatore e insegnò l’ebraico ai sapienti…Li armò contro il cattolicesimo della straordinaria esegesi che i rabbini avevano coltivato e resa forte: quell’esegesi di cui saprà servirsi il protestantesimo”.

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