L’Israele delle Alpi Occitane

Articolo N. 65

Gli ebrei furono i promotori, nascosti o palesi, di tutte le rivoluzioni, in campo sociale, politico e religioso. Nelle vallate alpine del Piemonte può essere difficile districare gli ebrei dai Valdesi, dagli Albigesi, dai Catari o dal movimento dei riformati, gli Ugonotti. Non a caso i Valdesi erano noti come l’Israel des Alpes. Per quanto questa definizione avesse un valore squisitamente spirituale, la loro origine fu sicuramente tra gli ebrei. Pietro Valdo era uscito dalla sinagoga.

Per una trattazione sul soggetto si potrà consultare l’opera di uno scrittore valdese, Alexis Muston: The Israel of the Alps. A complete History of the Waldenses of Piedmont and their Colonies. Prepared in Great Part from Unpublished Documents, Volume 1/ Glasgow, Blackie and Son, 1866

 Possiamo immaginare che quegli ebrei che, spesso per costrizione, si erano trovati a diventare cristiani, data la loro secolare frequentazione della sinagoga e dei sacri testi, fossero nelle migliori condizioni per poter riesaminare seriamente le Scritture. Alla luce della loro conoscenza biblica, se e quando lo volevano, erano in grado di comprendere le basilari dottrine del cristianesimo. Potevano perciò notare come la chiesa di Roma avesse stravolto gli insegnamenti del Cristo e nascosto le Scritture. Erano,  di conseguenza, in grado di smascherarli.

 Ma torniamo alla cacciata degli ebrei dalla Spagna e dal Portogallo della fine del Quattrocento. Quando in Piemonte, nella seconda metà del Cinquecento, Emanuele Filiberto se li trovò davanti, eravamo proprio nel pieno delle persecuzioni valdesi. Sui valdesi e sul coraggio, la dignità, la coerenza con cui seppero affrontare crudeltà e massacri scrisse un giornalista francese, M. Hudrey Menos (1823-1873). Egli pubblicò sulla Revue des Deux Mondes, (2éme période, 1867 in L’Israel des Alpes ou les Voudois du Piedmont) quattro articoli in cui traccia dettagliatamente la storia delle sofferenze di questa gente.

Il grande movimento della Riforma Protestante del XVI secolo li trovò già in possesso da tempi immemorabili di una forma di cristianesimo molto vicina a quella che per un breve periodo prevalse allora in mezza Europa. Erano anche assolutamente vicini a molti degli insegnamenti dei Testimoni di Geova moderni che pertanto si riconoscono in loro. Negli anni tumultuosi del medioevo, isolati nel profondo delle valli alpine, produssero quell’esplosione di fede che scosse dalle basi la chiesa di Roma. Questo oscuro popolo di montanari, disprezzato, odiato, perseguitato era riuscito a tenere accesa la piccola fiammella del vero cristianesimo. La storia di questo Israele alpino offre diverse analogie con quella del popolo ebraico con cui dovette intrattenere continui rapporti di buon vicinato, come quest’ultimo esiliato, disperso in Svizzera, in Germania, in Olanda, in Inghilterra ma depositario di una spiritualità di prim’ordine. Per tutti questi motivi i valdesi vanno considerati come i padri spirituali della riforma protestante.

Solo tra i cattolici, i valdesi di quei secoli sono poco conosciuti. Li si confonde con le altre eresie a loro contemporanee oppure con i valdesi di oggi. Le loro origini religiose sono tuttora ritenute oscure e poco distinte perfino nei luoghi e tra le famiglie che furono il centro e il crogiuolo della loro predicazione e della loro resistenza. Personalmente, pur essendo una loro discendente, non ho mai sentito parlare di loro nella mia famiglia né ne parlano nei paesi dove sono nata e vissuta. Saluzzo, Verzuolo, Piasco, Demonte e la Valle Stura, Venasca e la Valle Varaita, Dronero e la Valle Grana insieme a gran parte del Cuneese furono degli importanti centri valdesi. Eppure questi antichi predicatori itineranti sono del tutto ignoti agli abitanti di oggi. Portiamo ancora i loro cognomi senza rendercene conto.

A Festiona c’è un prato famoso di cui spesso si racconta in termini poco più che fiabeschi. I luoghi, i campi hanno un nome. Questo campo viene chiamato Partencie. Mi sono spesso chiesta di che si trattasse. Lì si riunivano i clan familiari con quelle poche cose stipate sui carri. Ogni pochi anni venivano cacciati dalle loro case, subivano l’esproprio dei loro beni, pagavano multe spropositate, venivano imprigionati, murati vivi, torturati, mandati al rogo a migliaia, le loro donne violate, privati dei loro figli, sottoposti a continue pressioni per ridurli all’abiura e in rovina. Eppure resistettero per secoli in situazioni disumane, conquistandosi il rispetto di quelli che li perseguitavano, perfino dei Savoia che la chiesa dei papi aizzava contro di loro.

Proprio come era accaduto a Daniele e ai suoi compagni. Nabucodonosor fu costretto dai suoi funzionari a condannare questi giovani al fuoco della fornace ardente, ma rimase insonne tutta la notte sperando di trovarli vivi l’indomani. Anche quando si affacciò sulla buca dei leoni e vide che erano sopravissuti diede il merito al vero Dio. (Daniele Capitoli 3 e 6)

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